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Fellini unisce e divide. Ricordo di Peter Bondanella

La notizia della morte di Peter Bondanella mi è giunta indirettamente, con grande ritardo, per il tramite di Delia Tasso, che a sua volta l’aveva saputa dal collezionista americano di cose felliniane, Don Young. E’ passato ormai quasi un mese e non so spiegarmi perché mi è così difficile elaborare questo lutto.

Avevo pubblicato di Peter, nel 1994, Il Cinema di Federico Fellini, qualcosa di più di una semplice biografia artistica. Per quel libro, con prefazione dello stesso Fellini del 1990,  Bondanella aveva utilizzato un archivio di varie dozzine di manoscritti ottenuti direttamente da Fellini e dai suoi sceneggiatori. Questo materiale, mai esaminato in precedenza, gli aveva come “acceso una lampadina” sulla comprensione dell’importanza di Fellini per il Neorealismo italiano e sul ruolo ancora più decisivo che aveva  giocato nell’evoluzione del cinema non solo italiano, ben oltre. Da quel primo fondamentale saggio, la carriera accademica di Bondanella ha indagato praticamente tutto il cinema italiano del dopoguerra con non pochi sconfinamenti soprattutto in ambito semiologico,  fino scorticare il pensiero di Umberto Eco, secondo alter ego di Peter, che non a caso aveva scritto uno straordinario omaggio al “trismegisto” Fellini per la serata del lancio, a Rimini, di E la nave va.

Il rapporto “professionale” con Bondanella era nato da una delle tante telefonate di Federico, con quella sua irritante vocina in falsetto, che mi preannunciava la venuta a Rimini di Bondanella, certamente per toglierselo di torno dopo che gli aveva svuotato i cestini e frugato nei cassetti, come faceva appunto con quel suo metodo di raccolta delle fonti a dir poco inusitato per noi europei… “Veditela te, è un rompic…ni!” aveva concluso, sapendo di farmi un regalo. Poi era nata l’amicizia.

Ma come sempre, Fellini unisce e divide.

Questa morte mi fa affluire ricordi in testa con lo stridore dei vecchi nastri magnetici che si riavvolgono… Rivivo la serata al Grand Hotel, nel settembre 1983, quando seduto al tavolo assieme a Umberto Eco, dopo qualche secondo di finto black-out, apparve il Rex in tutta la sua gigantesca magnificenza, sulle note di Nino Rota. Avevamo lavorato ininterrottamente tre giorni per l’ “effetto speciale” REX , oscurando le finestre del Grand Hotel e montando il gran pavese fra due pennoni, sulla terrazza dell’albergo, dove avevamo posizionato  anche un “cannone Laser” puntato sulla fiancata del Grattacielo di Rimini con la scritta “GRAZIE FEDERICO”.

Federico, abituato ad ogni tipo di blandizie e di omaggi, mi parve per una volta spiazzato e sinceramente commosso . E grato. Un paio d’anni più tardi si sarebbe rammaricato della pelosa gratitudine che Rimini gli aveva regalato, invece della sognata “casina sul porto”, un bidone.

Ma sulle date di tutta questa vicenda faccio confusione e davvero non saprei dire come si intreccia Peter Bondanella con il Fellini’s Day riminese, mai saprei rimettere a posto le tessere del mosaico Fellini. Rivedo invece con nitidezza i luoghi dove tutto questo è avvenuto e risento la inequivocabile vocina ammaliatrice che si spacciava per la domestica Maria, la cadenza italo-americana di Peter, la faccia da schiaffi di entrambi, Federico e Peter, le loro bugie. 

Che orrore gli aneddoti!

Fellini unisce e divide. 

Ci aveva diviso per esempio l’amicizia di Bondanella con Angelucci, personaggio e scrittore ambiguo, sul cui ruolo a mio parere nefasto nella vicenda Fellini (fino alle estreme propaggini della sciagurata “Fondazione” che portava il suo nome), ci sarà molto da scrivere e da indagare in futuro. Non riesco a estrapolare Peter da tutta questa ragnatela di relazioni tutte all’insegna di Fellini. 

Ho incontrato Bondanella l’ultima volta all’Hotel Napoleon di Rimini il 17 ottobre 2015. Vi veniva per una conferenza davvero molto “accademica” e ben fatta.  Mi aveva chiesto un po’ di copie del suo libro e mi aveva ripagato il favore regalandomi la riproduzione di una sua tela ad olio che raffigurava, inutile dirlo, Federico con la solita sciarpa rossa al collo, ma forse è un golfino sulle spalle, difficile dirlo.  Federico si passa una mano fra i capelli ancora folti; ai pantaloni , leggermente pingue, porta una cintura di dubbio gusto, con la fibbia da cow-boy. Ignoravo che Peter dipingesse e non ho osato dirgli che quel quadro mi sembrava francamente orrendo. Ormai mi tocca conservarlo come una reliquia.

In precedenza c’erano state fra di noi una serie di telefonate agitate su una delle tante sanguisughe felliniane che rivendicava scatti fotografici per tirar su un po’ di soldi dagli editori americani. Che, buccaloni, abboccavano…

Ma non voglio dare ulteriore spazio a questo rigurgito di ricordi che la morte di Peter mi procura. 

Ho la sensazione che ci sia nell’aria una sorta di “Maledizione di Fellini”, come quella di Tutankamen (vedi Theut, Fellini e il Faraone di U. Eco, novello Gemisto Pletone, à son tour) che in veste di Mago Merlino (povero Federico F. !) deborda dalle pagine di alcuni libri davvero diabolici  per compiere nefandezze erotiche e riti satanici fin sotto la sua bara, a Cinecittà; e giunge fino a impossessarsi di antichi amici ed eminenti studiosi per far circolare a suo nome mitologiche immondizie. 

Caro Peter, ti dissi quella sera, dopo la tua conferenza riminese, che personalmente ero convinto che Fellini stesse scontando sulla terra il suo vero purgatorio, come nel finale del Mastorna (Ma si ritorna?);  quando il Protagonista (ciascuno di noi, è ovvio) dopo la inevitabile condanna, si ritrova proprio la dove avrebbe dovuto o voluto essere. Ciascuno sceglie il proprio destino. Vuoi il Nulla? Eccoti il Nulla, povero coglione. Spero solo  che non sia il suo Inferno reale, oltre quello  immaginario descritto da Dario Zanelli. 

Federico, Dario, Peter, fra un po’ anche tutti noi sapremo la Verità. Di sicuro, tu, Peter non volevi il Nulla, eri un leone in gabbia, la tua gabbia era Fellini…

Mario Guaraldi

 

P.S. Oltre a tutta la sua corrispondenza, trovo ancora una sua pagina FB che mi pare esemplare, ve la ripropongo

Peter Bondanella

5 gennaio 2013 · 

am going to deactivate my facebook account in 2 weeks. if you want to get in touch just write me by email at:  bondanella@me. com ;  i just cannot deal with facebook. call me old fashioned but it is a grandissima cazzata! old fashioned emails and actual telephone calls and real mail are always welcome.

all the best. peter

 

 

“Si raccolgono forse Libri dalle spine, o lettori dai rovi?”

“Flop” è la brutta  “sintesi” onomatopeica  (ricorda il rumore del bastone fecale che cade nella tazza del bagno) che ricorre ben 141.000  volte  nelle occorrenze di Internet dedicate a Tempo di Libri, il doppio esatto dei visitatori che si sono recati a Rho, pagando il biglietto d’ingresso, per vedere e comprare a prezzo pieno gli stessi libri che avrebbe trovato dal libraio sotto casa con lo sconto del 20%…  Una brutta storia questa del salone voluto dall’AIE a Milano e per il quale si era combattuta una battaglia senza esclusione di colpi contro Il Salone del Libro di Torino. Una storia di incapacità e di arroganza, di miopia e di arretratezza intellettuale che sembra aver colpito gli editori – la categoria imprenditoriale più prossima alla cultura,  e che invece, con questo clamoroso fallimento, dimostra  tutta la propria insipienza.

Un flop ahimé facile da prevedere:

“Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. 16Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? 17Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; 18un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. 19Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. 20Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere”.

E falsi profeti si sono dimostrati appunto  i vertici dell’Associazione Italiana Editori, che invece di cercare soluzioni vere a una crisi del libro che attraversa il mondo intero, hanno pensato solo di mostrare i denti , l’un contro l’altro armati,  per rincorrere un mercato ormai – lo si è visto bene dalle affluenze – quasi inesistente.

Avrebbero dovuto piuttosto convocare una Costituente del Libro destinata a ripensare e a ridisegnare le nuove “regole” di nuove modalità produttive e distributive adeguate ai nuovi scenari non solo tecnologici ma soprattutto culturali e politici; per tentare di re-inventare  il modo di far circolare i “contenuti immateriali” di quell’oggetto chiamato Libro che per 500 anni si è imposto come strumento principe della trasmissione dei saperi ma che è ormai entrato in una crisi irreversibile  delle logiche corporative della distribuzione tradizionale.

Invece di affrontare il problema alla radice, ripensando le regole organizzative di un mercato ormai definitivamente asfittico, gli editori italiani si sono accapigliati per un osso ormai spolpato e marcito . Perché se l’Atene milanese piange la Sparta torinese non ha niente da ridere:  anche il loro Salone è ormai condannato ad essere un residuato bellico come scrivevo nel vicinissmo e lontanissimo 2013 (https://www.guaraldilab.com/tag/editori-italiani/).

Si raccolgono forse Libri dalle spine di un litigio fra corporazioni o Lettori dai rovi di una pratica produttiva e distributiva totalmente obsoleta? Peccato che il Ministro Franceschini non abbia saputo inserirsi in questa lotta medioevale con l’intelligenza che sarebbe stata necessaria, convocando la Costituente che da anni invoco (vedi lettera al Presidente Napolitano).

Mario Guaraldi

Grazie Livio!

Perché gli editori non ringraziano mai?

Re Giulio I (detto Einaudi) cioè  figlio di papà (2° Presidente della Repubblica Italiana fra il 48 e il 55), modello e mentore di una generazione di editori  che pendevano dai suoi vizi ideologici e culturali quanto le  redattrici responsabili degli uffici stampa stranieri si facevano penetrare dai suoi occhi cerulei nel corso di sardanopaliche feste in castelli fra la Baviera e il Reno, Re Giulio I , dicevo, non ringraziava mai nessuno.

Tutto gli era dovuto,  incluso il diritto alla fustigazione del linoitipista che commetteva tre volte lo stesso errore sulla stessa riga di piombo; figurarsi lo jus prime pomeridianae. Mai e poi mai, avrebbe ringraziato qualcuno, che so il suo fedele Roberto Cerati che riusciva a vendere i suoi libri anche in Zaire , oltre che a Segrate, dove lo scapestrato collega Giangiacomo si allenava in arrampicata libera sui Tralicci dell’alta tensione… Re Giulio I si concedeva all’adorazione dei suoi, pretendeva il bacio del frontespizio anche dagli struzzi, oltre che dagli assonanti.

Si capirà dunque perché noi piccoli editori di periferia, figli di modesti bancari, ricorremmo a Freud per poter uccidere tanto padre….

Personalmente l’ho fatto con le lacrime agli occhi, perché in fondo gli ho voluto bene come si vuol bene a uno struzzo, che pare più seducente di una Medusa . Povero Re Giulio I, che brutta fine: comprato da Mondadori,  relegato in soffitta a fare il tarlo, lui maschio inveterato, mentre la pitonessa vedova dello scalatore di tralicci faceva valere le sue nascoste virtù di imprenditrice.

Povero Re Giulio I, giunto a mia volta alla veneranda età che avevi quando subisti il triste calvario, ti voglio ringraziare per averci mostrato tutti gli errori e gli orrori ideologici di una concezione editoriale incardinata nella ideologia oltre che nella carta, spingendoci verso  una possibile  redenzione virtuale che per tua fortuna non hai conosciuto, deludente anch’essa, incerta fra il Fabio Volo residuale del volo di Dannunzio e il self publishing pornazzone di Amazon, vero Limbo dell’Editoria di mezzo.

Io dirò invece grazie a Livio Mondini (Mondini, chi era costui?)  che in questo limbo ci sguazza beato insieme ai suoi gatti e ai residuati bellici di quell’editoria cartacea che è stata ormai in tutte le trincee di questo secolo strampalato (e affascinante ben più di quello di Gutenberg), e che guarda dal buco di Internet, ormai pronto per l’ultima battaglia…
Per chi non lo conoscesse, Livio è il mutante, l’editore di second life, il paladino dell’accessibilità, l’eroe delle radici di carta e delle sua gemme digitali…

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