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Il ridicolo Politically Correct

Leggo con grande gusto l’ultimo numero monografico di Millenium interamente dedicato questa volta al tema del “politicamente corretto”. Per chi non lo conoscesse Millenium è il mensile del Fatto quotidiano, il giornale diretto da Marco Travaglio, ritenuto vicino al Movimento 5 Stelle.

Il tema sembra a prima vista minore occupandosi delle cinture di sicurezza imposte al linguaggio giornalistico e televisivo quando tratta di temi sensibili: una lingua farisaicamente deodorata per non offendere nessuno, ma soprattutto per non incorrere in querele penali. Vi basterà scorrere l’indice per strapparvi un sorriso amaro: quando Tex chiamava “limoncini” i cinesi e la rivista Fuori del Fronte rivoluzionario omosessuale di Pezzana (che non piaceva a Pasolini) sdoganava con orgoglio gli epiteti «froci», «checche» e «finocchi»; i ciechi non erano ancora «non vedenti», le domestiche non ancora «colf» e il «Moretto» era solo un gelato o una fantastica caramella al cioccolato. Oggi, in tempi di «femminicidi» – ma dovremo presto dire anche «gaycidi» – abbiamo rinunciato persino al presepe per non offendere l’alunno islamico. Un disastro epocale come quello della covid-politica che genera i mostri dello star system degli “esperti ” offre a Travaglio l’occasione per un esilarante “ballo del tampone” con protagonisti Santanché, Zangrillo, Briatore e Sgarbi oltre l’Innominato. Il tentativo di smontare i ridicoli schemi del politically correct è lodevole ma non bastevole.

Ripenso con un sospiro alla velocità con cui tutto è degenerato, negli ultimi vent’anni. Fui uno dei primi a iscrivermi nel 2005 – per la mia congenita, maledetta curiosità – al blog di Beppe Grillo. E fui uno dei primi a cancellarmi perché mi infastidiva quasi fisicamente leggerlo. Mi arrivò un «vaffa» personalizzato zeppo di insulti: «Ma come! Io sono qui a farmi il c. per te e tu ti tiri indietro, pezzo di m.?» Naturalmente «te» stava per «Paese», lo stesso che di lì a poco il neo leader politico avrebbe dimostrato di non saper governare. Pochi anni prima Marco Travaglio ed Elio Feltri avevano dato alle stampe L’odore dei soldi, un capolavoro di inchiesta giornalistica sugli arricchimenti sospetti di Silvio Berlusconi che ovviamente lo querelò per diffamazione. Nel 2005 il Tribunale di Roma stabilì che il libro non era diffamatorio e condannò Berlusconi a pagare le spese processuali. Nel 2013 e 2015 la sentenza fu confermata in appello e in Cassazione: dunque era tutto vero… Travaglio mi è davvero molto simpatico e fatico a consideralo «di destra», come probabilmente è, se non nel senso di “montanelliano ”. Beppe Grillo invece mi è odioso (in altri tempi avrei detto fascista?) fin da quando era solo un pessimo comico. Ma fra Grillo e Saviano, confesso che butterei dalla torre Saviano; e con lui il suo sponsor da sempre Fabio Fazio.

Vabbè, basta giocare, c’è ben poco da scherzare davanti al disastro del prossimo referendum e ai rimescolamenti di tutte le fecce nel bugliolo della politica italiana, provocate proprio da Saviano. Avevo moderatamente applaudito il cambio di colore della casacca di Giuseppi Conte; e altrettanto per l’approvazione della legge sulla riduzione dei parlamentari. Ora confesso di non capire più cosa stia succedendo. Tutti impazziti? Macché, al contrario. Siamo in presenza di un’operazione politica raffinatissima, per non dire magistrale, in cui tutte le carte si rimescolano e nessuno deve capirci più nulla, impossibile ricordare gli sparigli. Votino pure a casaccio gli italiani, tanto non cambierà nulla comunque, Di Maio ha imparato a parlare da ministro degli Esteri e Zingaretti da segretario della Confindustria. Tutto alla faccia della pretesa rappresentatività democratica degli italiani in Parlamento. Urgente rivedere Loro, il doppio film di Paolo Sorrentino con L’odore dei soldi sulle ginocchia. Io voterò comunque “sì”.

Che ve ne pare, voi che leggete queste cose all’estrema periferia dell’Impero, nella Rimini felliniana? Qualche settimana fa ho visto nascere un gruppo Whatsapp di autodifesa di un’area periferica della città, presa di mira dai ladri. Fantastico, ho pensato, ecco la società civile che si organizza e diventa comunità. Almeno in piccolo, sarà possibile. Macché. Sono bastati pochi giorni per far emergere uno spaccato del borgo identico a quello del Paese per cui Beppe Grillo si faceva il c. Spaccato, appunto, come vuole questo pessimo referendum. Il gruppo è diventato presto il bidone della indifferenziata in cui ciascuno getta malumori, mugugni e accuse contro il Comune, la politica, i politici, gli stessi partecipanti; e dove fioriscono progetti di comitati pronti a dare battaglia, contro chi e contro cosa non si capisce. Ma non importa. Di ragionare c’è davvero ben poca voglia. A Rimini come a Roma.

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