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Ipocondria

Quella forma di disturbi d’ansia caratterizzata dalla preoccupazione ingiustificata ed eccessiva nei confronti della propria o altrui salute, che oggi chiamiamo ipocondria (etimologicamente “dentro il torace”), è in realtà la branca deviata di quella che un tempo si chiamava introspezione. Alla terza visita oculistica in due mesi per una congiuntivite che non riesco a guarire, mi domando seriamente cosa nasconde il mio inconscio dietro questo sintomo.

Saper guardare “dentro il cuore” lo stato di salute della propria anima era un tempo una vera e propria arte. Le malattie si chiamavano peccati,  mentre oggi sono reperti archeologici seppelliti sotto le dune della modernità. Capite bene, comunque, che siamo in zona: anche il cuore è dentro il torace, a dimostrazione che soma e psiche sono strettamente congiunti, anzi corpo e anima sono proprio coniugati, sposati in un vincolo indissolubile! È qui, dunque, che occorre iniziare a scavare, partendo dal mondo epidermico, quello della superficie.

Certe volte la psicoanalisi della mutua – quella della antipaticissima Lucy che dal suo baracchino dispensa «psychiatric help» a 5 cent a seduta – è  più vicina al bersaglio di quanto si immagini. «Lucy, soffro da decenni di una dermatite incurabile, alias eczema, orribile a vedersi…». «È il tuo orrendo super-io. Non vuole far trapelare le sue brutture interne! Per fortuna hai un inconscio burlone che le fa affiorare in forma atopica. Per ricordarti che sei solo una merda… Cinque cent, please».

Non chiederò a Lucy di aiutarmi a capire perché i miei occhi non guariscono: so da me che sono la feritoia da cui la mia anima, reclusa nel bunker del corpo, guarda con aspettative – queste sì «eccessive e ingiustificate» – le levigate e abbronzate epidermidi del mondo esterno. Anzi, diciamo pure: «guarda con libidine». Che scoperta straordinaria la libido! Solo per non usare il termine più esatto, Paolino, di «concupiscenza»: ardente desiderio di possedere tutto ciò che sta fuori di noi.

Badate bene alle parole: «feritoia» è l’apertura praticata nei fortini e in tutte le opere fortificate del medioevo, mura, torri o castelli; o nelle piastre di corazzature dei carri armati. Attraverso la feritoia, il difensore – o l’attaccante – può fare uso delle armi rimanendo al coperto. Il concetto di occhio come feritoia è dunque per definizione bellico. Uno strumento per difendersi o per fare guerra al mondo esterno.

Ma altro che starsene al sicuro dentro il bunker! Chiedetelo a un contadino albanese sul cui terreno il regime di Hoxha aveva fatto costruire uno dei 750.000 bunker in cemento armato: il regime lo obbligava a montarvi la guardia per molte ore al giorno, estate e inverno. L’immagine del territorio albanese punteggiato di tanti piccoli bunker “individuali” mi sembra rappresentare in modo quasi perfetto la società umana: tante individualità chiuse nel proprio ego, ego-isti congeniti che si spiano reciprocamente dalle rispettive feritoie, col solo mandato di difendersi da un aggressore che non arriverà mai… Ma quante lacrime si sono versate, quante malinconie e quante speranze si sono agitate, quanti orgasmi sono esplosi all’interno di quei bunker per placare il senso di solitudine e di abbandono! «Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra?»(Gc 4, 1) ci ricorda l’apostolo Giacomo.

Mi immagino con divertimento Paolo di Tarso sdraiato sul lettino di Freud a raccontargli la sua bislacca nevrosi. «Dottore, ho sognato che le parti intime del mio corpo urlavano ai miei orecchi che erano stufe di essere costrette a starsene sempre nascoste, che angoscia! Vogliono fare la rivoluzione sessuale!». Questa idea delle molte membra dentro un unico corpo (sociale), mi pare straordinaria! E non solo ovviamente in termini spirituali. Mi pare anzi il solo possibile manifesto programmatico di una politica (a partire da quella socio-sanitaria) degna di questo nome. Soprattutto nella sua stupefacente, psicosomatica, conclusione: «Se un membro soffre tutte le membra soffrono, se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui». Qui è proprio il caso di aprire gli occhi sui malesseri di circa 8 miliardi di cellule umane che abitano il pianeta Terra, una gigantesca epidermide trattata a nord con costose creme antiage e a sud ricoperta di croste e pustole. Davvero è un corpo unico! Le bande di giovanissimi teppisti che giocano per noia all’Arancia meccanica nei nostri parchi sotto casa, sono solo un nostro foruncolo giovanile pieno di pus…?

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