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Sbattiamo gli scrittori in carcere. Almeno imparano a scrivere capolavori

Secondo Marcello Baraghini, rivoluzionario dell’editoria italica, l’inventore di Stampa Alternativa e dei fatidici libri “Millelire” che rischiarono di rompere le reni a Segrate (Mondadori) e al bel mondo del Premio Strega, “la grande letteratura, ormai, si può fare soltanto in carcere, se hai l’ergastolo”. Perciò ha da poco pubblicato, in digitale, il romanzo dell’ergastolano Mario Trudu, Totu sa beridadi, cioè “Tutta la verità”. Baraghini esagera sempre, esaspera tutto. Non basta uccidere la moglie, ridurla a tranci e metterla in ghiacciaia per fare un grande scrittore. Però coglie nel segno, almeno tramite metafora. La scrittura è carcere a vita, ossessione permanente, clausura e claustrofobia. In carcere dovrebbero rinchiudere i cattivi scrittori. A rimpolpare l’intuito. Ma se vogliamo stare al gioco: tra i romanzieri “dal carcere” più importanti d’Italia c’è senza dubbio Enzo Fontana. Che arrivò perfino in Mondadori, con Tra la perduta gente, libro importante e anomalo, il cui protagonista è Dante. Pubblicato nel 1996, riscosse successo. Ora è nel dimenticatoio. Per impratichirvi con un autore fuori dal coro, fuori dai giri buoni, bravissimo, leggete Mia linea mio fuoco (Guaraldi, 1996). In cui Fontana l’autore svela i libri che gli hanno salvato la vita, che lo hanno scarcerato dalle storture del carcere.

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