Autore: Mario Guaraldi (Pagina 1 di 29)

Editore per sbaglio!

Piaceva un sacco a Bruno Ghigi raccontare come si era inventato quel mestiere dopo essere stato ingiustamente licenziato dal Comune  nell’immediato dopoguerra. Si era messo a stampare carte geografiche che andava a vendere porta a porta in tutte le scuole d’Italia per portare a casa la pagnotta. La sua “redazione” era un panchetto fra due scaffali nel negozio di profumi e chincaglierie che la moglie aveva proprio di fianco al Teatro Galli, una di quelle botteghine d’altri tempi che sarebbe stato saggio salvare come gioielli storici preziosi. E lì, accovacciato per terra, con le sue bozze da correggere, l’errore era diventato un mestiere vero e il mestiere  una passione sviscerata. Sono diventato editore! esclamava, fiero di quel virus che aveva contratto, più forte del Covid che l’ha vinto ieri, ormai sazio di anni e di ricordi, pieno di cicatrici per la molte battaglie fatte, quasi tutte perse, va detto in suo onore. Sua, non delle cosiddette Istituzioni, fu l’idea di ristampare anastaticamente l’intera poderosa Storia di Rimini  del Tonini in 9 volumi. Sua la “riscoperta” dei Malatesta, anzi dei Malatesti, e l’avvio di una poderosa ricerca storica su tutte le vicende dei signori di Rimini, indagati in fondamentali Giornate tenute in giro per l’Italia, da Mantova a Montemarciano, coi relativi Atti. Sua la passione per le testimonianze belliche e per la ritirata di Russia. Sua la più bella serie di libri dedicati alle città romagnole. Non badava alla grafica, Bruno, stipava nelle sue pagine quanta più roba possibile. Così per le sue memorie, un calderone quasi impraticabile di foto sfocate, informazioni genealogiche, mappe della linea gotica. Il suo ritratto. Mi piace citare qualche riga della introduzione scritta da mio cognato Angelo Marconi, sponsor di Ghigi quando era Presidente della Banca Popolare dell’Emilia Romagna di Cesena, al libro, Le Donne di Casa Malatesti, strenna” natalizia di quell’anno 2005:

“Una Banca che crede al proprio futuro coltiva prima di tutto le proprie radici culturali. E una Banca che ha a cuore i propri “clienti”, li pensa fisiologicamente come “lettori” che a loro volta coltivano non solo i propri  affari ma anche il gusto della Storia e di tutto ciò che è bello. Quest’anno, una piccola licenza alla nostra convinta “romagnolità” ci autorizza a dedicare questo libro principalmente alle nostre clienti imprenditrici”.

Averne di sponsor così, vero Bruno? Adesso che finalmente la citta di Rimini dedicherà la Piazza della Darsena all’Ing. Marconi, vuoi vedere che magari si  troverà anche, nei pressi di Castel Sismondo, una via da dedicare al più bravo, genuino e ruspante degli editori riminesi? : “Strada della cultura malatestiana Bruno Ghigi”.

Lettera di commiato

La logistica per la consegna in tutto il mondo di centinaia di milioni di dosi vaccinali che debbono viaggiare a meno 70 gradi, con migliaia di camion e container riconvertiti a freezer, ha una logica quasi militare. Non è roba che si fa in un giorno e sono fiumi di denaro. Al contempo, ci viene presentata l’auto elettrica del futuro, quella di Apple, che farà impallidire la Tesla di Musk, a cui viene lasciato però il ruolo di tour operator dello spazio per i nuovi ricchi.

Ricavo queste e altre notizie dal Corriere della Sera che sta sperimentando il nuovo modo di fare giornalismo a pagamento nell’era delle edizioni online fatte su misura, il famoso on demand.

C’è qualcosa di stonato in tutto questo, un’euforia drogata. Per me un segnale. Con il il vaccino alle porte è tempo di smettere il monitoraggio dei livelli di paura che come un seme è stato seminato ad arte in attesa che la classe politica mettesse fine alle turbolenze intestinali in atto, in vista del futuro e definitivo assetto del potere (e della nomina del prossimo presidente della Repubblica, l’Apple Cardopola pandemia). Il fiume di denaro che i nuovi padroni dovranno gestire nel dopo pandemia non servirà certo a pagare i biscotti e le camomille degli anziani decimati nelle case protette dove li avevamo incarcerati, uccisi dall’egoismo di un modello sociale che tollerava a fatica disabili e improduttivi. Ci ha pensato l’invisibile sicario incappucciato di nero e con la falce in mano, come in un film di Bergman.

In questa poco felliniana “Prova d’orchestra” sono in troppi a stonare. Siamo, con oggi, alla trentottesima dose di questi miei poveri Antidoti culturali, senza logistica alle spalle e senza feedback. È ora di smettere, come feci molto tempo fa con i miei articoli su Ariminum, il giornale che avevo visto nascere per le amorose cure del mio amico e autore Manlio Masini. Me lo ritrovo oggi in mano, quel suo giornale, come un segno, in forma di numero monografico dedicato a Fellini, con la firma di due nuovi direttori, Andrea Montemaggi e il bravo, iperattivo e ormai onnipresente Alessandro Giovanardi. Capisco subito che così come ho iniziato questa avventura con Fellini, con Fellini mi toccherà terminarla.

La monografia che ho fra le mani è articolata in 16 capitoli, ben scritti, alcuni per mano di mie vecchie conoscenze, come Italo Cucci e Italo Minguzzi, poi persi di vista nel dilagare della vita perché impegnati in battaglie e su campi da calcio diversi da quelli che ho praticato io. Una generazione comunque di vecchi riminesi doc che ricompare sulla scena del delitto “felliniano”, richiamata dal Master Chef per cucinare un bel panettoncino di Natale, ben farcito, con gustosi canditi inevitabilmente autoreferenziali; ben incartato nell’arguta critica sui rischi del museo/mausoleo che lo stesso chef stellato riconduce al «vespasiano per i piccioni» aborrito da Fellini. Ma temo sia un dolce avvelenato.

Non vi troverete traccia del ritorno trionfale di Fellini al Grand Hotel voluto da Marco Arpesella nel 1983, dopo anni di “bidoni” tirati dal maestro al paesello natio: quell’omaggio straordinario della città al suo figlio transfuga e bugiardo, con la tv di Stato al completo capitanata da Sergio Zavoli sembra non essere mai esistito. Non c’è traccia della storia (dolorosa) della casina sul porto e del lungo oblio successivo di Fellini che ho avuto il torto di denunciare per un ventennio fino alla nausea; fino a quando l’oggettiva (ma un po’ cinica) bravura del sindaco Gnassi e i milioni del ministro Franceschini non hanno avuto bisogno del colpo di fulmine felliniano per condensarsi improvvisamente dalle nuvole della politica romana e piovere abbondantemente sulla nostra città. Non c’è traccia del cinema Fulgor rinato come bordello parigino più che come amarcord di Amarcord (film non amato dai riminesi). Scomparso anche dalla programmazione della “vernice ”. Scomparso anche Umberto Eco seduto vicino a me e ad Arpesella nel giardino al momento dell’apparizione grandiosa del Grand Rex (che nel souvenir di Cavriani sopravvive solo come fotogramma fuori contesto). E neppure la primigenia e poderosa rivisitazione de La mia Rimini predisposta per il Festival di Cannes sembra mai esistita in questa misteriosa storia del rapporto di Fellini con la sua città. E pur parlando abbondantemente del Libro dei sogni, non c’è traccia della sua versione digitale e trilingue curata da Paolo Fabbri e dal sottoscritto in tre lunghissimi anni di lavoro con Piero Meldini e tanti altri: svaniti nel nulla.

Si chiama damnatio memoriae. E qualunque sia la ragione – o la causa –di questo modo di concepire l’informazione, sappiano gli amici di Ariminum che non ha mai portato a buoni risultati. Nel suo Inferno immaginario preconizzato dal bravo e davvero compianto Dario Zanelli (Edizioni Guaraldi) il povero Fellini dovrà vederne ancora delle belle.

L’isola che non c’è (più)

Mi colpisce il successo che sta riscuotendo il film dedicato all’Isola delle Rose. Un “filmetto”, avevo sospettato prima di vederlo, riandando con la memoria a come tutti noi, impegnati politicamente in quegli anni, avevamo liquidato la vicenda come la furbata di un gruppetto di anarcoidi qualunquisti che voleva impiantare una discoteca senza pagar tasse e senza dover rendere conto a nessuno. Strategia della “diversione”, avevamo decretato!

Mentre il 1° maggio 1968 innescava a Parigi la rivolta che poi infiammò l’Europa , al largo di Rimini l’ingegner Rosa proclamava l’indipendenza della sua isoletta brindando a Cynar e forse a moscato di San Marino, pensando alla loro bisca. Invece no, mi sbagliavo. Forse non la vicenda di ieri – molto ambiguamente “riminese” – ma di sicuro la sua rivisitazione di oggi, è un ritratto estremamente efficace, a tratti feroce, del sogno di ogni italiano, oltre che un giudizio clamorosamente perfetto di cosa è stata la nostra classe politica. Come la goliardata di allora possa essere cresciuta nell’immaginario collettivo fino ad assumere i connotati del mito, a dispetto delle molte inchieste su come sono andate realmente le cose (una per tutte quella di Cinematica), non è facile da spiegare. E comunque la dice lunga sulla psicologia attuale degli italiani: tutti noi vorremmo poterci sentire fuori delle acque territoriali per farci uno Spritz con gli amici, dichiarare l’indipendenza dei nostri 40 o 400 metri quadrati di proprietà piantata sulle palafitte di mutui che non sappiamo come pagare, in mezzo ai flutti di una pandemia che ci spaventa più per ciò che nasconde che per il bollettino dei morti. Si chiama “processo di identificazione”, Giorgio sono io.

Poco importa che il “filmetto” di Sydney Sibilia col bravissimo Elio Germano sia bello o brutto, di destra o di sinistra: il fatto è che ci rappresenta, è una specie di moderna favola di Natale, tutto sommato a lieto fine.

In questi ultimi giorni di un anno infausto avevo deciso di farvi gli auguri, poi ho avuto la cattiva idea di andare a rinfrescarmi la memoria sul dizionario (sì, l’avevo letto da qualche parte che l’etimologia è una passione senile), scavando nelle parole per trovarci dentro una traccia fossile, l’imprevista testimonianza di un sogno, un’emozione. Il dizionario mi spiega che il verbo latino augère (crescere, abbondare, prosperare), col suo contrario (sciagura, sciagurato), rimanda alla figura degli antichi sacerdoti che prevedevano il futuro basandosi sul volo degli uccelli (av-is/au-is=uccello + gero=fare, operare).

Ma come potrei azzardarmi a ricavarne per voi rosei auspici con i neri uccellacci che svolazzano di questi tempi nei nostri cieli, sopra questo mare della politica in tempesta? Eppure il mio dizionario etimologico ancora una volta mi spiazza: con augére si connette pure il latino auctor, autore: propriamente «colui che fa crescere, germogliare»; e auxilium (Maria “ausiliatrice”).

Ecco da dove spunta il mitico Autore che fa crescere e germogliare le parole, le concatena una al l’altra, le fa sviluppare in una narrazione dinamica, un racconto, un romanzo, un film, un Salmo («La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo», Salmo 85). Questo Auctor con l’Amaiuscola mi piace molto, molto di più dello stregone che interpretava il volo degli uccelli; e questo auxilium, questo materno refugium peccatorum dove si può tornare dopo aver fatto disastri, dopo aver sognato di poter cambiare il mondo anche solo facendo una discoteca in mezzo al mare, ancora di più.

Sì, mi è simpatico lo svampito ingegner Giorgio Rosa protagonista di questa favola, di questo filmetto natalizio – molto più del mica tanto svampito ingegnere qualunquista che è stato in realtà – coi suoi improbabili amici, la sua ragazza dalla voce roca (Pavese!), la meravigliosa Bologna notturna e la rotonda sul lungomare di quegli anni, vista dall’alto, col Grand Hotel alle spalle. Questo film mi sembra più sano di qualunque inutile, volatile ricostruzione della realtà.

Joyeux Noël, caro lettore! Festeggiamo la nascita dell’Autore per antonomasia, finalmente senza cenoni, in famiglia, magari guardando assieme ai nostri bambini L’Isola delle Rose, spiegando loro che quel ministro degli Interni, quel Presidente coi baffi, quello scomparso Consiglio d’Europa di Strasburgo, sono esistiti per davvero, hanno indirizzo, nome e cognome. Come caricature sono tutti straordinariamente somiglianti all’originale , ve lo garantisco io che li ho conosciuti. I personaggi senza fantasia che hanno preso il loro posto troveranno anch’essi a tempo debito un regista che saprà raccontare la favola tetra di questo nostro incerto Natale prima di un incerto vaccino…?

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