Abbattiamo le librerie. Meglio un tablet

Brazilian Artists Create Labyrinth Using 250,000 Books
Se cerchi un libro, non vai in libreria. Non è un paradosso, lo sanno anche loro, le librerie.

Prendete le Feltrinelli: visto che ormai vendere libri è soltanto una delle tante attività di una libreria (e quella meno remunerativa), presentano dischi. In Feltrinelli più che lo scrittore da Nobel capita di incrociare la starlette di X-Factor. Oppure, per carità, il rocker più indipendente del Paese: ormai non esistono quartieri etici o giudizi estetici, si può vendere di tutto.

Comunque il dato resta: chi vuole un libro non va in libreria. Spalanca Amazon, digita, ottiene quello che vuole. Le librerie restano una piccionaia, uno specchio per allodole: chi non è abituato alla lettura, chi non sa cosa sono i libri, compra i libri in libreria. Così pensa di essere intelligente con Coelho sotto al braccio. Così pensa di essere colto con Flaubert in sacca – senza sapere che non basta l’autore-icona, conta l’edizione, la traduzione, l’editore…

Le librerie sono come i McDonald’s (tra l’altro, pacchiane leggi della società odierna, diventati ormai osterie che vendono hamburger salutisti, con schedina nutrizionale e dimagrimento 2.0). E visto che i fenomeni di massa ci fanno paura, ci riscaldiamo davanti al fuocherello dei fenomeni di nicchia.

Massimiliano Castellani in un interessante articolo uscito su Avvenire tre giorni fa redige la mappa dei “Librai alla riscossa”, cioè quei rifugi del sapere che non hanno di che spartire con i supermarket del libro, le Feltrinelli, per dire. Con la differenza che la materia prima è la stessa. Voglio dire: lo so da me che il negozietto sotto casa è meglio del fluorescente Conad a venti piani. Ma il tonno è sempre tonno, la marmellata sempre marmellata.

Si dirà, ma lì è a “chilometro zero”. Giusto. Ma alzi la mano chi conosce un libraio che smercia soltanto libri di editori della propria città. Nessuno. Tutti vendono la stessa roba: Mondadori, Adelphi, Rizzoli, se va bene qualche editore di medio cabotaggio. Se va meglio qualche piccolo, che però fa edizioni di pregio (e che perciò ha un sacco di soldi). Per evitare inutili romanticismi, precisiamo una cosa: la libreria non è questione di marchi, ma di persone. Spesso e volentieri le Feltrinelli reclutano il personale come fa McDonald’s. Meno ne sa, meglio è. Perché chi va da McDonald’s non vuole un consiglio enogastronomico, vuole un menù preconfezionato.

Di solito, invece, nelle piccole librerie indipendenti – come nelle osterie a gestione familiare – il proprietario è anche il migliore amico del compratore. Il suo consiglio vale oro.

Eppure, la mia esperienza da amante di librerie mi ha insegnato a non erigere steccati: il libraio più capace che conosca gestisce una libreria griffata Mondadori. Quello che ha ereditato la libreria di famiglia, per altro bellissima, è un cretino, di libri ne sa quanto un’ape. Il punto però è sempre lo stesso: vendono tutti la stessa roba.

E se io voglio, faccio per dire, Il quinto evangelio di Mario Pomilio oppure La montagna Hira di Inoue Yasushi oppure Claudiano tradotto da Milo De Angelis, non li trovo da nessuna parte. E se voglio la succosa novità del piccolo editore X mi rispondono immancabilmente “dobbiamo ordinarla”. Allora faccio da me, faccio prima. Per allargare il campo della questione occorre sapere che il libro “a chilometro zero” esiste.

Basterebbe abbattere le librerie attuali. Al posto dell’aula d’ingresso con impilati i libri dell’ultimo romanziere di successo (di solito da scartare come la peste), ci sarà un tablet. Il curioso – aiutato da un libraio competente – comincia la ricerca del libro preferito, perfetto. Lo trova. Clicca. Lo ordina. Il giorno dopo è stampato solo per lui (ed eventualmente, se uno è un feticista, personalizzato). A chilometro zero. Questo non è Blade Runner, ma la realtà, raccontata, se volete mettere fonti nello zaino, da Mario Guaraldi in Radici di carta, frutti digitali (2012).

E l’atmosfera mistica delle vecchie librerie? Sull’arredamento basta attrezzarsi. Potranno nascere librerie dedite solo ai libri di storia o solo ai libri fuori catalogo o solo ai libri di moda. L’importante è che chi entra in libreria possa trovare davvero il libro che cerca.
Davide Brullo

9 Comments

  1. Alice Metulini

    1 ottobre 2014 at 10:59

    Per chi volesse approfondire è a disposizione un’anteprima di qualche pagina del libro “Radici di carta frutti digitali” (http://www.guaraldi.it/Scheda.aspx?id=753)

  2. Mamma mia quanta spocchia, quanta banalità e quanti luoghi comuni! Nessun approfondimento critico riguardo i problemi che stanno emergendo sempre più riguardo Amazon, nessuna reale conoscenza del mondo delle librerie indipendenti e della differenza tra una libreria e l’altra (vendono la stessa roba?!!) nessuna ipotesi di lettori che non entrano in libreria conoscendo un titolo ma che cercano per altri criteri (la maggioranza). È difficile anche dibattere davanti a tanta ostentazione di certezza e ottusità.

  3. Madò la signora Alice si è incazzata :). Però invece di inveire a caso, non sarebbe meglio articolare meglio una critica così radicale? Si stava meglio quando si stava peggio? Non ci sono più le mezze stagioni?

  4. Distinguerei due argomenti: 1) il problema della reperibilità dovuto a un insieme di fattori concomitanti; 2) la soluzione basata sul Print on Demand. Per quanto riguarda 1 è cosa ben nota e ovvia dovuta ad almeno 3 fattori concomitanti: a) lo scompenso esistente tra ciò che si può trovare in libreria e una produzione editoriale crescente (dagli anni ’80 ad oggi è triplicato il numero di nuovi titoli che escono in Italia ogni anno), b) i canoni di affitto che impediscono alle librerie indipendenti di adottare negozi con grandi superfici; c) i gusti dei lettori si stanno sempre più frammentando in nicchie. Ma l’esito di questi problemi intrecciati non è necessariamente la fine della libreria perché proprio a causa di questi problemi esiste la necessità di creare un filtro, selezionare, proporre e la libreria (non solo, ovviamente) dovrebbe avere questa funzione e sapersela giocare bene creando un rapporto di fiducia. Per quanto riguarda 2) cioè la soluzione proposta qui: il POD è una cosa di cui si parla da anni e non decolla mai. Perché? A mio parere per almeno 2 motivi: 1) i libri fatti con l’insieme di tecnologie riassunte nella formula POD sono brutti come fattura: sono brossure di scarsa qualità; 2) abbiamo bisogno di avere in mano, sfogliare, leggere, cercare scorrendo scaffali e non semplicemente interrogando un database. Un tablet come accesso al catalogo e vetrina non è confrontabile con tutto ciò che può dare un negozio reale. Detto questo il POD sarebbe bello vederlo applicato per risolvere il problema dell’enorme, crescente numero di libri fuori comemrcio. Ma non può essere la soluzione unica per il commercio librario.

  5. piera passalacqua

    4 ottobre 2014 at 23:21

    Chi vuole un libro, cerca un consiglio o un aiuto va anche in libreria. E può anche trovare validissime e preparate persone (librai!!) che aiutano anche quando il libro non è presente fisicamente. E che fanno il loro lavoro nella maniera migliore possibile pur in difficoltà incredibili che dubito che l’autore di questo articolo conosca. Piera, libraia Feltrinelli Genova.

  6. Mi associo anima e corpo a quanto detto da Pierfranco, e, quindi, alle brevi ma lucidissime conclusioni di Piera. Ma anche Alice e Napocapo hanno detto bene la loro… Conclusione: l’autore dell’articolo ha tutti contro, me compreso , s’intende. E per farglielo capire gli pongo una domanda biricchina: si è mai seduto su una comoda poltrona, dietro a un’ampia vetrata accarezzata da una morbida tenda che ne attenuasse la troppa luce, e con in mano “il libro” che con doviziosa e amorosa ricerca, aveva trovato nella libreria a lui familiare, magari facendo qualche chilometro in più? Io nei miei ottantun’anni l’ho fatto tantissime volte. Continuerò a farlo.

  7. La saccenza mostrata in questo post fa venire i brividi. Il commento di Alice è talmente perfetto che non aggiungerei altro. (Talmente perfetto che Napo (Orso) Capo ci ha visto tutt’altro non potendolo contrastare). Tutti con la mania di blog e post, senza pensare che spesso ci sono occasioni in cui un post non scritto dà più lustro al proprio blog di un post scritto giusto per sgranchirsi le dita e pigiare qualche tasto a casaccio, senza prima pigiare il tasto on sul cervello.
    P.s. Pare che Amazon stia aprendo una libreria a New York…

    • Contrastare il nulla è difficile, Franco. Che il post possa essere fastidioso, concordo. Ma bisognerebbe riuscire a replicare con una qualche argomentazione, è del tutto inutile dichiarare il proprio sdegno ed alzare i tacchi risentiti, magari scuotendo la frangetta.

      • Perdonami, Napo (Orso) Capo, per l’ironia su di te (che continuo perché mi ricorda un cartone animato che mi faceva impazzire quando ero piccolo). La tua era forse una provocazione, tu vuoi argomentazioni. Eppure ho letto meglio il post e ho capito: non è il nulla di cui dici, anzi. Il fastidio c’è e lo avverto quando il post si rivela per quel che è: una marchetta al libro di Guaraldi, che magari non se la merita così com’è, confezionata dall’autrice con un’accozzaglia di illazioni, offese gratuite e assenza assoluta di dati che avallino certe strampalate teorie.

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