Categoria: generale (Pagina 7 di 14)

Gli immigrati? Sono tutti come il profugo Enea

800px-Aeneas'_Flight_from_Troy_by_Federico_Barocci

L’Italia, lo sappiamo, l’ha fatta culturalmente Dante. L’Occidente, invece, lo ha fatto Virgilio compilando l’Eneide. Non lo dicono i biliosi intellettuali, ma i più grandi scrittori del secolo scorso: l’americano trapiantato in Inghilterra Thomas S. Eliot e l’austriaco fuggito negli States Hermann Broch, ad esempio. L’Eneide, infatti, scritta sotto l’impero di Augusto, racconta la nascita di Roma e dunque dell’Occidente. E da chi viene fondata Roma? Da Enea, un troiano (cioè, un turco), che fugge dalla città devastata, in fiamme, prima sbarca a Cartagine, in Tunisia, infine, su un barcone, approda in Sicilia. Diversamente da Ulisse, che compie il suo viaggio per tornare a casa, a Itaca, Enea lascia per sempre la sua casa, per fondarne, nell’incertezza, una nuova. Con lui porta il padre e il figlio. E i suoi dèi. Risalendo l’Italia, deve combattere contro le popolazioni autoctone. Nel proemio dell’Eneide Virglio descrive Enea per quello che è: un uomo capace di estrema compassione (pio), ma un profugo. Profugo. Questo è Enea, ripassatevi il secondo verso dell’Eneide. Un profugo che sbarca sulle coste siciliane. E costruisce l’Italia, l’Occidente. La storia si compie continuamente, cari miei. Gli immigrati che approdano sulle nostre coste, musulmani o atei, sono centinaia, migliaia di Enea venuti qui a costruire la loro casa. Rassegnatevi e gioite.

Davide Brullo

 

Libri 2015: roba da retroguardia

2136_5.tif

Il mercato editoriale è una cosa bellissima. Sostanzialmente, è una sontuosa contraddizione. ‘Mercato’ significa vendere, vendere, vendere. ‘Letteratura’ significa scrivere quel libro magnetico, totale e assoluto che annienta tutti gli altri, li rende inutili, vani, illeggibili. In sostanza, una casa editrice dovrebbe pubblicare solo libri vertiginosi, capaci ogni volta di nanificare quanto è stato pubblicato prima. Ovvio che per guadagnare debbano farcire il mercato di stupidaggini. Il mercato editoriale è bellissimo perché per evitare che si tramuti in una palude (d’atronde, i libri più importanti di sempre, da Omero a Dante, da Eliot a Dostoevskij, son tutti squadernati gratis on line) ti dicono quali sono i più bei libri del 2015 prima ancora che siano usciti. D’altronde il mercato editoriale odierno è questo: vendi ciò che decidi che deve vendere. Perché chi compra libri non sa cosa compra, basta che inciampi in una pila di libri nella prima libreria che capita convinto che sia una macelleria. Così il “The Indipendent” fa la lista degli irrinunciabili. Intanto, “Il gigante sepolto” (The Buried Giant) di Kazuo Ishiguro, per forza magnifico perché “è passato quasi un decennio dall’ultimo libro dello scrittore”. Tra gli attesi, anche il Premio Nobel Toni Morrison che in “Dio salvi il bambino” (God Save The Child) racconta “come un trauma infantile possa plasmare, danneggiandola, una vita adulta” (sai che novità). Matt Haig, invece, quello del Club dei padri estinti, ci spiega quali siano i “Motivi per rimanere in vita” (Reasons to Stay Alive), componendo “una meditazione sulla depressione”, in cui c’è poco da stare allegri, perché “dando un occhio al quadro generale, nel mondo occidentale il suicidio è la prima causa di morte per giovani sotto i 35 anni”. La letteratura finisce qui. Poi ci sono i libri sensazionalistici (Il diario di Gauntanamo scritto da “un detenuto imprigionato per 12 anni”, una manciata di libro che omaggiano Hollywood), la scelta è sempre ampia. Certo, c’è da dire, è un mercato editoriale a rischio zero: troppo facile puntare su un premio Nobel e su due scrittori pluritradotti in ogni angolo del globo. Non una novità, non un guizzo. Sarà un 2015 da retroguardia.

Davide Brullo

Ma ci interessa davvero una Chiesa che twitta?

papa-francesco-

Secondo alcuni, Internet è un attributo di Dio. Impalpabile, ubiquo, onnipervasivo, onnisciente. Internet, in fondo, è Dio, ne custodisce tutti gli aggettivi. Parla in ogni momento, continuamente, a tutti. Come un roveto che arde in eterno. Che la ‘rete’ sia una sorta di Rosa dei Beati è convinzione di Antonio Spadaro, attuale direttore de La Civiltà Cattolica, grande studioso di letteratura (vanno letti, almeno, i suoi studi su Pier Vittorio Tondelli e la curatela delle poesie di Gerard Manley Hopkins), braccio culturale di Papa Francesco. Sulla Cyberteologia ha scritto un libro (nel 2012, per Vita e Pensiero), tradotto in tutto il mondo, ha spalancato un blog, firma una rubrica su Wired, in cui, nell’ultimo numero, parla del Sinodo sulla famiglia, “consapevole e interattivo”, straordinario non tanto (non solo) per i contenuti quanto per i contenitori. I padri sinodali, infatti, hanno scelto di esprimersi “anche via Twitter o blog, stampa o messaggi video sulle varie piattaforme. […] E così si è sviluppata una nuvola comunicativa che ha contribuito a far vivere un evento live”. La ‘nuvola’ sarà forse quella dello Spirito Santo? Al di là delle battute: Antonio Spadaro è il più lucido analista del mondo contemporaneo. Al suo cospetto Aldo Grasso non ha ancora capito cos’è il telecomando e Barak Obama pensa che twitter sia il nuovo modello dell’hula hoop. Nel discorso che ha tenuto ai Vescovi “responsabili per la comunicazione sociale”, ad Atene, il novembre scorso (e che per esteso potete leggere qui: www.cyberteologia.it), Spadaro ci spiega che MTV, una volta “emittente di ‘culto’, adesso sta subendo una crisi”, che per i giovani, ormai, “la tivù è un rumore di fondo”, ragion per cui (logica feroce) il catechismo è schiacciato: “in un tempo in cui i palinsesti sono in crisi, questa modalità di presentare la fede è in crisi”. Spadaro, perciò, è una sorta di San Paolo della rete, il discorso all’Areopago lui lo fa sul seggio di Google, ritiene che “le foto ‘taggate’ […] sono l’album fotografico live della nostra vita”, che “i video su YouTube costruiscono per frammenti il film della nostra vita”, e che perciò bisogna passare a “una pastorale attenta all’interiorità e all’interattività”. La lucidità di Spadaro è clamorosa. Ma è davvero questo quello che ci seduce del cristianesimo? Pensiamo davvero che se un Papa twitta sia più autorevole di un Santo Padre che espliciti il suo esercizio nella pura contemplazione? L’importanza che Spadaro assegna alla comunicazione mi fa pensare che la Chiesa – a differenza del cristianesimo – sia una pura strategia politica. I Parlamenti, i Governi si occupano di ‘comunicare’ perché sanno che la pubblicità è tutto. Siamo davvero certi che Dio voglia accoliti, che la grandezza della sua verità sia misurabile dallo share, dall’apprezzamento del pubblico mondiale? La Chiesa deve forse ‘vendere’ se stessa, il prodotto Vaticano, il panettone San Pietro per esistere? Ciò che conquista del Vangelo, piuttosto, è la contrapposizione (che non è assenza di dialogo) tra deserto e piazza, il desiderio di Gesù di abbeverarsi della solitudine dopo l’immersione nella folla, il suo infiammarsi a patto che siano “due o tre riuniti nel mio nome”, non due o tre miliardi. Dio si presenta nelle asperità dei monti, nel cuore del deserto, dove è la sete e il dolore: una Chiesa che si uniforma al mondo e propone la rete al posto del libro d’ore, non mi interessa.

Davide Brullo

« Articoli meno recenti Articoli più recenti »

© 2026 Guaraldi LAB

Tema di Anders Noren — Su ↑