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Gli immigrati? Sono tutti come il profugo Enea

800px-Aeneas'_Flight_from_Troy_by_Federico_Barocci

L’Italia, lo sappiamo, l’ha fatta culturalmente Dante. L’Occidente, invece, lo ha fatto Virgilio compilando l’Eneide. Non lo dicono i biliosi intellettuali, ma i più grandi scrittori del secolo scorso: l’americano trapiantato in Inghilterra Thomas S. Eliot e l’austriaco fuggito negli States Hermann Broch, ad esempio. L’Eneide, infatti, scritta sotto l’impero di Augusto, racconta la nascita di Roma e dunque dell’Occidente. E da chi viene fondata Roma? Da Enea, un troiano (cioè, un turco), che fugge dalla città devastata, in fiamme, prima sbarca a Cartagine, in Tunisia, infine, su un barcone, approda in Sicilia. Diversamente da Ulisse, che compie il suo viaggio per tornare a casa, a Itaca, Enea lascia per sempre la sua casa, per fondarne, nell’incertezza, una nuova. Con lui porta il padre e il figlio. E i suoi dèi. Risalendo l’Italia, deve combattere contro le popolazioni autoctone. Nel proemio dell’Eneide Virglio descrive Enea per quello che è: un uomo capace di estrema compassione (pio), ma un profugo. Profugo. Questo è Enea, ripassatevi il secondo verso dell’Eneide. Un profugo che sbarca sulle coste siciliane. E costruisce l’Italia, l’Occidente. La storia si compie continuamente, cari miei. Gli immigrati che approdano sulle nostre coste, musulmani o atei, sono centinaia, migliaia di Enea venuti qui a costruire la loro casa. Rassegnatevi e gioite.

Davide Brullo

 

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