Author: Mario Guaraldi

“Si raccolgono forse Libri dalle spine, o lettori dai rovi?”

“Flop” è la brutta  “sintesi” onomatopeica  (ricorda il rumore del bastone fecale che cade nella tazza del bagno) che ricorre ben 141.000  volte  nelle occorrenze di Internet dedicate a Tempo di Libri, il doppio esatto dei visitatori che si sono recati a Rho, pagando il biglietto d’ingresso, per vedere e comprare a prezzo pieno gli stessi libri che avrebbe trovato dal libraio sotto casa con lo sconto del 20%…  Una brutta storia questa del salone voluto dall’AIE a Milano e per il quale si era combattuta una battaglia senza esclusione di colpi contro Il Salone del Libro di Torino. Una storia di incapacità e di arroganza, di miopia e di arretratezza intellettuale che sembra aver colpito gli editori – la categoria imprenditoriale più prossima alla cultura,  e che invece, con questo clamoroso fallimento, dimostra  tutta la propria insipienza.

Un flop ahimé facile da prevedere:

“Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. 16Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? 17Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; 18un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. 19Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. 20Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere”.

E falsi profeti si sono dimostrati appunto  i vertici dell’Associazione Italiana Editori, che invece di cercare soluzioni vere a una crisi del libro che attraversa il mondo intero, hanno pensato solo di mostrare i denti , l’un contro l’altro armati,  per rincorrere un mercato ormai – lo si è visto bene dalle affluenze – quasi inesistente.

Avrebbero dovuto piuttosto convocare una Costituente del Libro destinata a ripensare e a ridisegnare le nuove “regole” di nuove modalità produttive e distributive adeguate ai nuovi scenari non solo tecnologici ma soprattutto culturali e politici; per tentare di re-inventare  il modo di far circolare i “contenuti immateriali” di quell’oggetto chiamato Libro che per 500 anni si è imposto come strumento principe della trasmissione dei saperi ma che è ormai entrato in una crisi irreversibile  delle logiche corporative della distribuzione tradizionale.

Invece di affrontare il problema alla radice, ripensando le regole organizzative di un mercato ormai definitivamente asfittico, gli editori italiani si sono accapigliati per un osso ormai spolpato e marcito . Perché se l’Atene milanese piange la Sparta torinese non ha niente da ridere:  anche il loro Salone è ormai condannato ad essere un residuato bellico come scrivevo nel vicinissmo e lontanissimo 2013 (https://www.guaraldilab.com/tag/editori-italiani/).

Si raccolgono forse Libri dalle spine di un litigio fra corporazioni o Lettori dai rovi di una pratica produttiva e distributiva totalmente obsoleta? Peccato che il Ministro Franceschini non abbia saputo inserirsi in questa lotta medioevale con l’intelligenza che sarebbe stata necessaria, convocando la Costituente che da anni invoco (vedi lettera al Presidente Napolitano).

Mario Guaraldi

Grazie Livio!

Perché gli editori non ringraziano mai?

Re Giulio I (detto Einaudi) cioè  figlio di papà (2° Presidente della Repubblica Italiana fra il 48 e il 55), modello e mentore di una generazione di editori  che pendevano dai suoi vizi ideologici e culturali quanto le  redattrici responsabili degli uffici stampa stranieri si facevano penetrare dai suoi occhi cerulei nel corso di sardanopaliche feste in castelli fra la Baviera e il Reno, Re Giulio I , dicevo, non ringraziava mai nessuno.

Tutto gli era dovuto,  incluso il diritto alla fustigazione del linoitipista che commetteva tre volte lo stesso errore sulla stessa riga di piombo; figurarsi lo jus prime pomeridianae. Mai e poi mai, avrebbe ringraziato qualcuno, che so il suo fedele Roberto Cerati che riusciva a vendere i suoi libri anche in Zaire , oltre che a Segrate, dove lo scapestrato collega Giangiacomo si allenava in arrampicata libera sui Tralicci dell’alta tensione… Re Giulio I si concedeva all’adorazione dei suoi, pretendeva il bacio del frontespizio anche dagli struzzi, oltre che dagli assonanti.

Si capirà dunque perché noi piccoli editori di periferia, figli di modesti bancari, ricorremmo a Freud per poter uccidere tanto padre….

Personalmente l’ho fatto con le lacrime agli occhi, perché in fondo gli ho voluto bene come si vuol bene a uno struzzo, che pare più seducente di una Medusa . Povero Re Giulio I, che brutta fine: comprato da Mondadori,  relegato in soffitta a fare il tarlo, lui maschio inveterato, mentre la pitonessa vedova dello scalatore di tralicci faceva valere le sue nascoste virtù di imprenditrice.

Povero Re Giulio I, giunto a mia volta alla veneranda età che avevi quando subisti il triste calvario, ti voglio ringraziare per averci mostrato tutti gli errori e gli orrori ideologici di una concezione editoriale incardinata nella ideologia oltre che nella carta, spingendoci verso  una possibile  redenzione virtuale che per tua fortuna non hai conosciuto, deludente anch’essa, incerta fra il Fabio Volo residuale del volo di Dannunzio e il self publishing pornazzone di Amazon, vero Limbo dell’Editoria di mezzo.

Io dirò invece grazie a Livio Mondini (Mondini, chi era costui?)  che in questo limbo ci sguazza beato insieme ai suoi gatti e ai residuati bellici di quell’editoria cartacea che è stata ormai in tutte le trincee di questo secolo strampalato (e affascinante ben più di quello di Gutenberg), e che guarda dal buco di Internet, ormai pronto per l’ultima battaglia…
Per chi non lo conoscesse, Livio è il mutante, l’editore di second life, il paladino dell’accessibilità, l’eroe delle radici di carta e delle sua gemme digitali…

Mosche e merendine

La  nevrotica prassi di intervistare i politici mentre passeggiano, o attraversano piazze, o entrano in macchina, o si infilano negli androni dei partiti col telefonino incollato all’orecchio e i microfoni dei cronisti infilati in bocca,  è stata assunta non a caso da una ditta di merendine come modello pubblicitario per  un improvviso e collettivo calo di zuccheri.

Di quale merendina avremo bisogno per contrastare  la  ridicolaggine  di queste rituali rincorse di peripatetiche che gongolano in cuor loro per tanta attenzione e non si rendono conto di essere  solo merde semoventi con un nugolo di mosche attorno?

Sappiamo bene  che per molti miliardi di mosche  la merda è  buona quanto una merendina al cacao. Io, francamente, non saprei dire se mi fa più  schifo  la  merendina o le mosche.

© 2017 Guaraldi.LAB

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