Autore: Mario Guaraldi (Pagina 4 di 29)

Fellini e Rodari? Personaggi usciti dalla fantasia di Asimov

Un gemellaggio quasi perfetto fra mondo della fiaba e mondo della nostalgia. Due geni massimi della fantasia e della creatività allo stato puro

Federico Fellini è nato il 20 gennaio, Gianni Rodari il 23 ottobre del 1920. Per entrambi, i festeggiamenti sono marcati dal numero “100”: a un secolo tondo dalla nascita, una comparazione fra questi due straordinari compleanni – “100 Gianni Rodari” e “Fellini 100” – si impone per molti motivi.

Il Fellini visionario del «nulla si sa, tutto si immagina», «unico vero realista» del «non voglio dimostrare niente, voglio mostrare»; e Gianni Rodari «il prestigiatore che trasformò la fantasia in scienza esatta», «uomo dei sogni» e «maestro senza cattedra», sono nati nello stesso anno di Isaac Asimov, Tonino Guerra, Alberto Sordi, Enzo Biagi.

E ancora: di Toshiro Mifune, il samurai di Kurosawa, di Amalia Rodrigues, la straordinaria cantante di fado, di Charles Bukowski e persino di papa Wojtyla. Quando si dice un’annata favorevole alla fantasia e alla genialità.

Gianni Rodari, «il maestro di narrativa» che profetò: «Nel Paese della bugia, la verità è una malattia», e Federico Fellini, il grande regista che aveva profetato per sé: «Ho sempre sognato, da grande, di fare l’aggettivo», «il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio» e «sono autobiografico anche quando parlo di una sogliola», sembrano entrambi personaggi fantascientifici usciti dalla fantasia di Asimov.

Basterebbero queste trite citazioni, questi abusati aforismi per far comprendere le ragioni di un gemellaggio quasi perfetto fra la celluloide di Fellini e la carta di Rodari, fra mondo della fiaba e della filastrocca vissute fra i banchi di scuola e mondo della nostalgia dell’infanzia e dell’innocenza perduta, di Gelsomina e di Cabiria, dell’asa-ni-si-masa, delle focheracce e dei mastelli di acqua fumante.

L’Italia, patria di entrambi, li ha gratificati ampiamente dedicando ai due maestri – o a loro personaggi – un gran numero di strade, piazze, istituti comprensivi e plessi, pizzerie e ristoranti, cineteche, scuole elementari e medie, materne comprese, a Rimini addirittura un museo animato grande quanto l’intero centro storico, oltre a Sigismondiland, dove la clownesca fantasia di Federico andrà tranquillamente a braccetto con la mercenaria ferocia dei Malatesta. Dediche a stufo, fino alla nausea. Perché è come se si trattasse di marchi di fabbrica, due brand più strumentalizzati che realmente praticati; più antologizzati che metabolizzati, ridotti a frasi celebri, appunto. I due geni massimi della fantasia e della creatività allo stato puro nei tempi bui della ricostruzione post bellica e degli anni di piombo, questa sorte comune sembrano aver avuto: ridotti entrambi ad aggettivi, «felliniano» e «rodariano».

In realtà i due hanno avuto interazioni e impatti diversissimi nella e sulla cultura del nostro Paese, ben visibili scorrendo anche solo superficialmente le cronache delle due carriere artistiche. Mi azzardo a tentare di evidenziarne alcune, di queste differenze sostanziali, senza la pretesa di alcuna stampella scientifica, solo basandomi sulla mia memoria personale attivata dalla recente pubblicazione su Facebook di una foto che mi ritrae con Gianni Rodari alla Fiera del libro per ragazzi nel 1975, cinque anni prima della sua morte a soli sessant’anni. Erano anni, quelli, in cui credevamo fermamente che il “cambiamento” fosse alle porte, chiamatelo come volete, epoca di riforme o di rivoluzione culturale, poco importa, schierati col Pci o “extraparlamentari ” che fossimo, la fiducia che tutto stesse per cambiare era sciolta nell’aria e sfrigolava come quando si mescolavano le bustine dell’Idrolitina nell’acqua.

Il cambiamento dalla scuola

Ma il bello era che il cambiamento quasi messianico dell’uomo nuovo era atteso proprio a partire dall’educazione, in quel Tempio della trasmissione dei grandi valori che era la scuola. Lì, nel fermento, nelle tensioni della passione politica, si combatteva la vera grande battaglia culturale. Per questo Rodari era fondamentale, a dispetto del suo apparente buonismo filastroccaro che io per primo guardavo con un certo sussiego.

Personalmente avevo molto aiutato a nascere la Fiera del libro per ragazzi di Bologna come luogo di interscambio internazionale di tutto ciò che in editoria si muoveva a livello della scuola, a partire dalla nostra collana Guaraldi che non a caso si chiamava “Frontiere dell’educazione” e aveva come marchio stilizzato un utero contenente la grande E di educazione. E dove avevamo pubblicato un Umberto Eco guerrigliero contro i libri di testo delle elementari, i famosi Pampini bugiardi.

Gli esordi come giornalista

Pochi ricordano che il piemontese Rodari trapiantato a Roma esordisce come giornalista per L’Unità, Paese Sera e Il Pioniere; e che la sua notorietà di massa scatta solo quando nel 1970 quando riceve il Premio Andersen e conduce il programma televisivo Il paese di Giocagiò.

Se non rischiasse di sembrare riduttivo, così a posteriori, direi che Rodari fu in qualche modo “adottato” dal potentissimo Partito Comunista di quegli anni come autore “di regime” in senso nobile: tanto più affidabile – rispetto a noi cavallini un po’ pazzi – quanto più operava sul terreno politicamente fertile ma culturalmente inattaccabile della scuola dell’obbligo: modello di valori «democratici e progressisti» come si usava ripetere fino alla nausea.

Non a caso Le avventure di Cipollino del 1955, tradotto in 23 lingue, ha un successo clamoroso in Unione Sovietica che gli dedicherà anche un film di animazione e alla fine persino un francobollo. Notate che il ribelle Cipollino è coevo de La strada e de Il bidone, i film più socialmente impegnati di Fellini. Poi arriva Gelsomino nel paese dei bugiardi (1959) pubblicato da Editori Riuniti, la tetragona casa editrice del Pci, mentre sul fronte felliniano già si profilava invece lo scandalo de La dolce vita che vide Aristarco e gran parte della critica militante di sinistra scagliarsi contro il decadentismo piccolo borghese di Fellini.

Le geniali Filastrocche in cielo e in terra, del 1960, con le illustrazioni di Bruno Munari e il passaggio all’Editore Einaudi, daranno poi il via alle fortune editoriali di Rodari che vola: dalle celeberrime Favole al telefono (1962) fino alla fondamentale Grammatica della fantasia del 1973, guarda caso anno di uscita di Amarcord, grammatica della fantasia  felliniana per eccellenza. E non è un caso se proprio in quegli anni il Coordinamento dei Genitori Democratici organizza una mostra dedicata a Rodari ancora oggi prenotabile da chiunque, a fondamento della “filosofia” rodariana, assieme a un vasto archivio di risorse (compagnie teatrali, musicisti, guide turistico-culturali) oltre a tutti gli eventi in corso o in via di organizzazione. Una corazzata organizzativa che sopravvive al vecchio e scomparso Pci.

La giostra di Cesenatico

Le dozzine di manifestazioni che stanno snodandosi oggi lungo la geografia rodariana che attraversa tutto lo Stivale e non solo, attraverso le sue filastrocche e i suoi racconti, sono abilmente “raccontate” dai promotori dei festeggiamenti anche con una piantina interattiva delle localizzazioni dei suoi personaggi. Nessuno ahimè ambientato a Rimini, ma a Cesenatico sì. «Appena l’ometto cominciò a far girare la giostra, che meraviglia: il vecchio signore si trovò in un attimo all’altezza del grattacielo di Cesenatico, e il suo cavalluccio galoppava nell’aria, puntando dritto il muso verso le nuvole» (“La giostra di Cesenatico” in Favole al telefono).

A Vienna come a Gallicano, a Masullas di Oristano come in Garfagnana, a Spinea o a Pontedera e persino a Rimini si sviluppano mostre e iniziative di omaggio a Rodari anche online alla faccia del Covid.

Di tutte quella più vicina al vero Rodari, mi pare quella del maestro napoletano che ha fatto declamare dai sui bambini la filastrocca Teledramma sui tetti e nei vicoli dei Quartieri Spagnoli:

«Signori e buona gente,
venite ad ascoltare:
un caso sorprendente
andremo a raccontare.
È successo a Milano
e tratta di un dottore
che è caduto nel video
del suo televisore.

Cade il dottor per terra,
e un bernoccolo si fa:
meglio cento bernoccoli
che perdere la libertà.»

Da Rimini a Omegna

Costretto per ragioni di spazio ad abbandonare il tema delle celebrazioni che sempre, inesorabilmente, hanno in sé qualcosa di funereo, non posso che concludere questo piccolo viaggio sul doppio binario di Rodari/Fellini con una nota sulla doppia benedizione istituzionale ai due Centenari.

La prima benedizione è per Rimini, dove il povero Fellini dimenticato e spernacchiato da (quasi) tutti per molti anni ha la fortuna di incontrare il giovane e abilissimo sindaco Gnassi che ne fa l’icona internazionale della riminesità: e da questa benedizione squisitamente istituzionale piovono milioni di euro dapprima sulla bomboniera del Fulgor poi su quello che diventerà il Museo Fellini di Castel Sismondo, la sua prigione.

La seconda è invece, puramente ecumenica alle varie manifestazioni rodariane promosse dagli Istituti Italiani di Cultura all’estero. Quelle domestiche, di tipo municipale, sono tutte privatamente e sorprendentemente promosse da una poco nota Casa editrice EL radicata a San Dorligo della Valle, vicino a Trieste, in Carsia (esatto opposto di Omegna, paese originario di Rodari!). La notizia è davvero “carsica” e intrigante, almeno per me; e merita due righe. Questa piccola casa editrice, nel 1991 era entrata nell’orbita della torinese Einaudi, ancora potente quando però già l’Impero Sovietico iniziava a dissolversi e lei stessa stava per essere fagocitata dal Gruppo Mondadori che a sua volta sarebbe imploso di lì a non molto per la fusione con Rizzoli. Alla fine di questo collasso editoriale epocale, di questo rodariano pesce che mangia pesce, nel 2008, zitta zitta, EL rileva il marchio Einaudi Ragazzi e la storica Emme Edizioni oltre ai diritti di tutti i restanti titoli di Gianni Rodari. E fa bingo.

Nemesi storica: da Mondadori è appena uscito il Meridiano dedicato alle sue opere, mentre Einaudi ha pubblicato Codice Rodari di Alessandro Sanna.

La mia sensazione è che nel bailamme dei festeggiamenti, fra trombette e gazose, i due festeggiati Fellini e Rodari non si trovino più, si siano nascosti altrove…

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Piccola storia d’amore e di morte

Vorrei potervi parlare dei primi bolliti misti di stagione, con scaletta, coda e lingua e quadrucci in brodo; di sugoli di uva fragola, di gelatina di mele cotogne, di marroni arrostiti nel padellone bucherellato sul fuoco della grande rola (il camino che fungeva da cucina e da riscaldamento centrale). Non di Covid, di tamponi, di terapie intensive, di morti ultrasettantenni «inutili», non ne posso più. Me l’ero ripromesso, giuro. Invece no, ancora una volta dovrò parlarvi dei morti che ci propone, con feroce ironia, questo mancato ponte dei morti, questa anticipata “estate di San Martino”: dall’indimenticabile Sean Connery del Nome della rosa e degli Intoccabili (più che di James Bond), al grande, grandissimo Gigi Proietti di «nu’me romp’ er ca…», fino al piccolo parroco di Riccione, don Giorgio, degno figlio di don Oreste.

Ma se proprio debbo farlo, mi perdonerete se preferisco parlarvi della lontana storia d’amore di uno che certamente non conoscete, morto anche lui pochi giorni fa alla veneranda età di 101 anni, cedendo non al virus ma alla regola aurea che a un certo punto della vita si muore…

Questo morto era uno che conoscevo abbastanza bene, si chiamava Fabrizio Dentice D’Accadia, un nome dimenticato persino da chi continua a fare il suo stesso mestiere, quello del giornalista. Già, perché era semplicemente un giornalista, assunto nella redazione dell’Espresso di De Benedetti e Scalfari quasi dalla fondazione del settimanale formato lenzuolo, assieme a Pasolini, Giachetti, Saviane, Eco, Zevi, Calamandrei, Arbasino, Cederna e calibri di questo genere. Il solo epitaffio funebre che ho trovato su di lui nei media è stato quello di aver firmato, nel lontano 3 marzo 1968, un celebre servizio che consacrò la rivoluzionaria esperienza psichiatrica di Basaglia.

Aveva fatto il giornalista per sbaglio, Fabrizio Dentice. Era pigro e poco motivato, si definiva anzi un inetto. «Inetto è una parola che mi piace – dichiarò forse nell’unica intervista rilasciata già da vecchio –, mina il culto dell’efficienza. La disperazione montava quando mi mandavano a intervistare qualche personalità. Non sapevo che cosa domandare. Avrei parlato volentieri del tempo, delle donne, dei luoghi, ma di fronte a questioni specifiche mi bloccavo. Un incubo. Ho odiato il mio lavoro». Un autoritratto impietoso e forse ingiusto. L’intervistato in questione si chiamava Mitterand.

Lasciato L’Espresso si ritrovò a Panorama – «settimanale voluto dagli americani», annota! – sotto la direzione di Leo Lionni, geniale designer e forse suo unico grande amico di una vita. A dispetto della sua mancanza di passione per il giornalismo, si ritrovò a fare il caporedattore centrale di Panorama, come un cane da caccia (sua grande passione) messo alla catena. Alla direzione invece, si succedevano, uno dietro l’altro, cani ringhiosi e feroci.

A un certo punto si innamora perdutamente di Maria Livia Serini e qui inizia la sua vera storia. Erano sposati entrambi, fuggirono in Spagna e fecero perdere le loro tracce. «Il giorno della separazione – confessava Dentice – il marito di Maria Livia tentò di strangolarmi in ascensore»; in realtà gli andò bene perché poi sposò una ereditiera e visse nel lusso il resto dei suoi anni. Già, ma chi era dunque tanto oggetto del contendere? Impossibile rispondere. Maria Livia era la cultura fatta informazione. Bazzicava tutti gli autori e gli editori che contavano, scandiva i tempi delle cose da sapere e da leggere, aveva un fiuto pazzesco per scovare i talenti, teneva una rubrichina all’Espresso che era una specie di carta moschicida per i giovani intellettuali in libera uscita come me. Una donna straordinaria.

Fabrizio e Maria Livia abitavano in via San Simpliciano 2, a pochi passi dalla mia casa milanese di via Fieno. Fu una stagione di incontri fuori del comune. Da loro erano di casa anche Roberto Cerati – mitico e potentissimo direttore commerciale di Einaudi – e la sua irrequieta e bellissima moglie Carla. Gli uffici stampa di tutte le case editrici italiane e straniere facevano la coda per essere ammessi. C’erano persino Roberto Vecchioni e Gigliola Cinquetti. Eppure, misteriosamente, quella stagione non ha lasciato tracce in Internet: di Fabrizio Dentice poche righe, di Maria Livia Serini assolutamente niente. Come non fosse mai esistita. Eppure, la testimonianza d’amore di Dentice per la sua Fata Turchina vale molto di più di una pagina in Wikipedia, più di una mega celebrazione istituzionale: «Fu nell’estate del 1981 che Maria Livia morì per un tumore; e scoprii quello che non avevo mai provato in vita mia, la forza devastante del dolore».

Da quella forza (e forse dall’influenza di Lionni) nacque la favola surreale di Egnocus e gli Efferati che racconta quella piccola-grande storia d’amore e di morte esattamente come Federico Fellini fa con la sua fatina Giulietta nel Libro dei sogni.

Infine, la lapidaria testimonianza su di sé, disperso fra i dispersi come Fellini: «Oggi basta un attimo per diventare un dinosauro, scaduto come uno yogurt. Il futuro ci riguarda sempre meno. Il passato, il passato boh». Un capolavoro giornalistico.

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Di infodemia si muore

Poco meno di sette mesi sono passati dall’inizio di questa rubrica, nata per caso, in pieno lockdown, con un titolo che sottendeva una sfida: cultura contro coronavirus. Ed eccoci invece in piena seconda ondata di infodemia con le cronache dal fronte della terapia intensiva in cui combatte la sua battaglia un generale da poco nominato a capo della corazzata giornalistica della Fiat, un giornalista del valore di Massimo Giannini; con le conferenze stampa del premier che addirittura stoppano l’onnipotente Fazio; col bollettino dei morti che ha ripreso a sciorinare i suoi numeri: quanti da noi, meno che in Francia, urrah!, quanti se ne prevedono nelle prossime settimane, se non adottiamo misure drastiche e rigorose. Potrei esserci io stesso in quella lista, sono nella giusta fascia d’età, di qualcosa bisogna pur morire, chissà… Eppure.

Eppure c’è qualcosa che non mi torna, qualcosa che non convince in questa ossessione monotematica dei media sul Covid, in quest’orgia di tamponi e test per tamponare e testare il livello di panico che come un seme viene gettato dagli schermi televisivi a ogni ora del giorno e della notte e germoglia nelle nostre coscienze di cittadini coscienziosi, senza che neppure ce ne rendiamo conto, producendo ora il trenta ora il sessanta ora il cento di obbedienza alle norme e ai protocolli.

Non avevo bisogno dell’autorevole recente parere del sociologo De Kerkhove, allievo di Mac Luhan, che con troppo Covid sui media si alimenta artatamente il panico; non sarà per caso che pubblicai in anni non sospetti, nel 2007, un piccolo saggio di Giancarlo Manfredi sui  meccanismi complessi della comunicazione nelle emergenze, intitolato appunto Infodemia.

In questa confusa chiamata alle armi contro il nemico invisibile da parte degli Stati Maggiori dello Stato e della Tv, con gli elmetti di plastica già ammassati in trincea e 40 milioni di mascherine antigas (quelli che emettiamo noi!) prodotte in un mese e distribuite gratuitamente – unici in Europa! – nelle scuole ai nostri figli; senza considerare i 57 milioni di mascherine non a norma sequestrate in nove mesi dalla Guardia di finanza (incluse quelle della ex presidente leghista ante litteram della Camera, Irene Pivetti), noi rischiamo davvero di non riuscire più a riconoscerci e a distinguere verità e menzogna, non sappiamo più esattamente chi siamo e per chi siamo chiamati a combattere, se per i “furbetti delle mascherine”, o per la vita, certo, preziosissima in quanto tale, che comunque prima o poi dobbiamo restituire.

In tempi non lontanissimi la vita ci è stata richiesta ben più “gratuitamente” di ora, quando ci spedivano nelle camere a gas o sui fronti e nelle trincee, lì davvero senza distinzione di razza, religione e colore della pelle come ci raccontano le migliaia di croci dei cimiteri di guerra dei Gurka, gli indiani dai lunghi capelli, strappati a forza dalle loro montagne in Nepal per combattere nelle file della cinica Royal Army contro i cattivi tedeschi…

Per che cosa questo planetario sommovimento che non a caso il Papa chiama «la terza guerra mondiale»? Per i cinesi o quella parodia di dittatore nordamericano che sembra fuggito da una pellicola di Chaplin e si gode in anteprima i farmaci sperimentali che lo hanno miracolato? Per le aziende farmaceutiche che si arricchiranno ulteriormente con il vaccino che certamente arriverà, da produrre in miliardi di unità?

Siamo davvero confusi da questa infodemia, somigliamo al nonno di Amarcord che esce nella nebbia, si perde e si spaventa. «Mo se la morte è così… ’n’te cul!». Così come, Federico? Così banalmente prossima al cancello di casa? Così esotica come le corna del bue che fino a poco tempo fa arava i nostri campi e ora spuntano minacciose dalla nebbia delle nostre paure indotte? Fatico a ricacciare nell’ombra il negazionista inconscio che è in me e che riemerge dal torpore ipnotico indotto dai nuovi divi Tv, pneumologi-virologi-covidologi, moderne incarnazioni degli antichi membri della Confraternita della Buona Morte, tutti beninteso con il logo ben in vista sulla mascherina, “Trump for President”, nuovo straordinario medium pubblicitario che fra non molto le agenzie di comunicazione proporranno alle aziende più volentieri che FB.

Nuovi generi letterari denominati “Protocolli ” nascono e nuovi “professionisti ” della protezione, maschi o femmine, capello biondo sparnazzato e maliardo o barba grigia incolta, poco importa, insomma il genere che buca lo schermo oltre che le coscienze intimorite di noi poveri ottantenni, cuccagna e trionfo della mai sconfitta burocrazia.

I neo-gestori dei flussi, i propagandisti di banchi monoposto, i venditori di termoscanner ai parroci benedicenti la fronte dei fedeli, i prescrittori di test sierologici e tamponi anche presso il povero medico di base o il farmacista; tutti costoro assomigliano a quelle odiosissime cimici della puzza che invadono la privacy della nostra stanza da bagno e fraudolentemente si nascondono persino nelle maniche dell’accappatoio, pronte a spararti addosso le loro persistenti flatulenze, se ti permetti di indossarlo senza preventiva sanificazione. Insieme, stravincono 10 a zero contro il vecchio e ingenuo “buon senso”, figlio di quel Dio minore chiamato Cultura.

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