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Quella Madonna di Casa Marta senza Nome e senza Autore

Come molti, ho partecipato anche io alle Liturgie del Papa, vagamente disturbato dal soffermarsi  delle telecamere sulla ciclopica e imperiale  architettura della Basilica di S.Pietro, vuoi  su quella decisamente   gnostica della  cappella di S. Marta (in cui  il triangolo domina ovunque,  dal pinnacolo alla pavimentazione, freddo e ossessivo come tutti concetti astratti). Mi sono piaciute, molto, le omelie infarcite di errori grammaticali con cui Papa Francesco fiuta come un segugio i suggerimenti delle Spirito,   cogliendo  il nesso con il quotidiano anche più sgradevole , sferzando, esortando, rimproverando (mafiosi e sfruttattori , puntualmente nominati), ammonendo in modo opportuno e inopportuno , come chiede  San Paolo. Più delle Messe solenni in Cattedrale, fa bene al cuore l’atmosfera “casalinga” di quelle in cappella, la papalina slabbrata, l’incedere claudicante, quel sedersi del Papa,   con  prudenza, come tutti i vecchi, per ascoltare la Parola di Dio;   i colpetti di tosse, il modo di sbirciare al di sopra degli occhiali,  la pappagorgia vibrante. E  quel suo stupendo  accento  latino-americano  così efficacemente accompagnato dai gesti!

Ma lasciate che vi dica che soprattutto mi affascina la Madonna bronzea della Cappella, quella davanti alla quale sempre sosta il Papa alla fine della Messa feriale, prima di ritirarsi in Sagrestia.

Quella Madonna dolcissima e ovale è  l’esatto opposto sia della spigolosità triangolare della pretesa architettura teologica della Cappella , sia  dell’imperiale simbolismo  di S. Pietro così  ben raccontato  da Alberto Angela . E’ la tenerezza  ineffabile dell’amore materno rispetto alla rigidità dei dogmi e del “potere”. La sobria bellezza bronzea del giovane volto di Maria redime e trasfigura persino i  brutti  volti delle suore padrone di casa  e le felliniane icone  violacee dei due solitari cardinali presenti nell’immensa Basilica. Il Bambino che Maria tiene in grembo non ha quasi spessore, potrebbe essere ancora dentro il grembo della Madre, è una ecografia della Salvezza.  Difficile dire le emozioni che quell’ immagine suscita in chi la guarda, nei milioni di sguardi che dagli schermi dei televisori si posano ogni mattina su di Lei , Consolatrice degli afflitti, Regina della Pace.

Eppure, quella stupefacente Madonna stranamente  non ha nome – come invece quasi tutte le Madonne hanno – e apparentemente neppure un autore. Ho cercato inutilmente in rete, non v’è traccia, provare per credere. Eppure, questa “Madonna senza Nome e senza Autore” io l’ho riconosciuta subito, sono cresciuto con lei, mi è famigliare, il suo autore è sangue del mio sangue. Anche i riminesi dovrebbero del resto  ri-conoscerla : della stessa mano   è la statua bronzea del San Giuseppe in Duomo, voluta dal vescovo Mariano (appena scomparso)  e ultimo lavoro realizzato dall’artista  unitamente alla  statua di Santa Innocenza  esposta all’ingresso della Pieve omonima a Montetauro.

Enrico Manfrini Farné – questo il cognome per esteso dell’Artista  di cui stiamo parlando (traccia  forse di una qualche nascosta e  lontana ascendenza ebraica ) – era il più piccolo dei sei fratelli  della famiglia di  mia madre,  Maria, primogenita,  che l’aveva cresciuto e accudito più da  mamma che da sorella. Di qui la sua familiarità con noi figli,  quasi fratelli più che nipoti; e le sue frequentazioni riminesi , anche perché un suo figlio era, anzi  è,  sposato con una riminese. 

 Enrico Manfrini è stato  l’uomo più schivo e umile che io abbia mai conosciuto . Viveva a Milano in via Vincenzo Monti , dove andavo spesso a trovarlo. Adorava la moglie Idanella anche quando quasi non si muoveva più dalla poltrona: suo era il volto giovanile delle Madonne che aveva tratto dalla creta;  e anche da vecchia conservava quella lucentezza degli occhi e la particolare tenerezza dello sguardo.  Non l’ho mai sentito vantarsi degli inviti a cena, in Vaticano, di ben tre Papi che l’hanno avuto per amico, Paolo VI più di tutti .

E’ morto nel 2004, sotto maschera di ossigeno,  dopo un ictus, all’ Ospedale  S. Anna di Como ,  quasi profezia dei moderni moribondi intubati per  Coronavirus . Lo andammo a trovare, mia sorella Luisa e io, per raccomandarci in anticipo alla sua intercessione quando sarebbe stato in Paradiso. Anche quel suo morire da solo, in un Ospedale, lontano dai propri cari,  era una forma di umiltà; come   l’anonimato della sua Madonna in  Santa Marta sembra confermare.  Io spero di non contrastare la sua scelta con  questa pubblica testimonianza di affetto , perché sento di dovergli un grazie più grande di me, un grazie universale.

In questa cupa primavera bisestile dell’anno in cui infuria la nuova peste del Coronavirus , mentre  il cuore ancora mi palpita per le immagini della doppia Benedizione urbi et orbi del Papa – sotto lo scrosciare della pioggia sulla deserta Piazza San Pietro, con i sinistri bagliori delle autoambulanze sullo sfondo; e quella solenne  del giorno di Pasqua  in Basilica – ecco,  è in questo  preciso momento che  nascostamente  la Madonna di Santa Marta, la Madonna di Enrico Manfrini, sorride al mondo intero  e assicura la Sua intercessione.

 

 

 

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