Month: febbraio 2016

Ciao Umberto!

Ti vogliamo ricordare con il lavoro che abbiamo fatto insieme

Introduzione a I pampini bugiardi (1972)

I pampini bugiardi - Umberto Eco, Marisa BonazziAlle soglie della loro vita culturale, iniziando l’esperienza difficile ed esaltante della lettura, i nostri figli si trovano a dover affrontare i libri di testo delle scuole elementari. Educati noi stessi su libri pressoché analoghi, con la memoria ancora affollata di ricordi necessariamente cari e tenerissimi, legati alle illustrazioni e alle frasi di quelle pagine, ci è difficile fare un processo al libro di lettura. E ci è difficile farlo perché probabilmente molti dei nostri crampi morali e intellettuali, delle nostre idee correnti più contorte e banali (e difficili a morire) nascono proprio da quella fonte. Allora la fiducia che proviamo, di istinto, per il libro di lettura, non è dovuta ai meriti di quest’ultimo, ma alle nostre debolezze, che i libri di lettura hanno creato e alimentato.
Fare un processo al libro di lettura implica uno sforzo di straniamento: richiede che si legga e rilegga una pagina in cui si diffondono idee che siamo abituati a considerare «normali» e «buone» e che ci chiediamo: ma è proprio così? condizionati come siamo dai nostri antichi libri di lettura, leggere i nuovi significa aver la capacità e il coraggio di dire: «il re è nudo». Un atto di chiarezza che, diversamente che nella fiaba di Andersen, il bambino non può fare. Dobbiamo dunque farlo noi.
L’antologia che proponiamo pare fatta apposta per mettere il lettore in difficoltà. Presi uno per uno i capitoli, che cercano di condensare la quintessenza dell’insegnamento propagato dai libri di lettura, sembrano rappresentare altrettanti indiscutibili items di una educazione ispirata ai Principi Fondamentali più Rispettabili.
I libri di lettura parlano dei poveri, del lavoro, degli eroi e della Patria, della importanza e serietà della scuola, della varietà di razze e popoli che abitano la terra, della famiglia, della religione, della vita civica, della storia umana, della lingua italiana, della scienza, della tecnica, del danaro e della carità. Non si riferiscono dunque ai problemi reali ai quali il ragazzo, una volta uomo, si troverà confrontato e sui quali dovrà prendere posizione?
Questa antologia tende invece a mostrare, con la pura evidenza della citazione commentata al minimo (e al massino introdotta da un titolo malizioso ed, appunto, «estraniante») che questi problemi sono presentati in modo falso, risibile, grottesco… Che attraverso di essi il ragazzo viene educato a una realtà inesistente… Che quando i problemi, e la risposta che ne viene fornita, concernono la vita reale, essi sono posti e risolti in modo da educare un piccolo schiavo, preparato ad accettare il sopruso, la sofferenza, l’ingiustizia, e a dichiararsene soddisfatto. I libri di testo dicono insomma delle bugie, educano il ragazzo a una falsa realtà, gli riempiono la testa di luoghi comuni, di platitudes, di atteggiamenti codini e acritici. Quel che è peggio, compiono quest’opera di mistificazione attenendosi ai più vieti cliché della pedagogia repressiva ottocentesca, per pigrizia o incapacità dei compilatori. Vorrei dire che la lotta contro i libri di testo delle elementari si pone ancora al di qua di ogni scelta ideologica che abbia un senso nel mondo in cui viviamo: può essere sostenuta dal liberale e dal democristiano, dal comunista e dal socialdemocratico, dal credente e dall’agnostico, perché la realtà educativa che questi libri propongono sta ancora prima della nascita di queste ideologie e di queste correnti politiche, prima della rivoluzione francese, prima della rivoluzione industriale, prima della rivoluzione inglese, prima della scoperta dell’America, prima – in una parola – della nascita del mondo moderno.
Certo che, una volta detto questo, si può riconoscere in tali testi lo strumento più adeguato di una società autoritaria e repressiva, tesa a formare sudditi, uomini dal colletto bianco, folla solitaria, integrati di ogni categoria, esseri a una dimensione, mutanti regressivi pre-gutenberghiani… Questi libri sono manuali per piccoli consumatori acritici, per membri della maggioranza silenziosa, per qualunquisti in miniatura, deamicisiani in ritardo che fanno elemosina a un povero singolo e affamano masse di lavoratori col sorriso sulle labbra e l’obolo alla mano. Ma il modo in cui, attraverso queste pagine, i piccoli sciagurati sudditi di una spietata società dello sfruttamento e del profitto vengono formati, non corrisponde a quello più lungimirante e tecnologico con cui tenterebbe di formarli la più agguerrita società neocapitalistica: il modello proposto è ancora un universo paleocapitalistico, in cui il ricco è il padrone cattivo del «Racconto di una notte di Natale» e il povero è Oliver Twist.

Per questo l’antologia non e stata intitolata I jets bugiardi ma I pampini bugiardi. La mistificazione della realtà non è condotta attraverso una lettura, sia pure ideologica e falsamente ottimistica, della società industriale avanzata, ma passando attraverso i rimasugli di un dannunzianesimo pre-industriale e agreste che, con la vita di oggi, non ha più nessuna connessione. Pampini, convolvoli, ranuncoli, refoli di vento, casette piccine piccine picciò, anemoni, pimpinelle, colibrì, vomeri, miglio, madie, princisbecchi e cuccume — ecco l’universo linguistico e immaginativo che viene presentato ai ragazzi come «la Realtà contemporanea».
Se si prende in mano un libro a caso, può succedere che la constatazione non sia immediata. Non tutti i brani sono egualmente risibili, a una lettura rapida certe pagine sembrano accettabili… È solo leggendo con attenzione, rileggendo e ponendo in correlazione le varie pagine che il disegno pedagogico arcaico e regressivo si fa luce: ed è per questo
che, con la presente antologia, si è voluto accelerare il processo di consapevolezza nel lettore pensoso, responsabile e (speriamo) genitore di piccolo scolaro. Come tutte le antologie polemiche anche questa è ovviamente maligna, pedante, evidenzia la frase incriminata tra altre dieci… Qualcuno potrebbe obbiettare che il procedimento non rende giustizia a molti di questi testi, i cui autori si sono magari sforzati di inserire brani che essi giudicavano «rivoluzionari», magari rischiando il rifiuto dell’adozione da parte di tanti maestri timorosi e timorati. Se anche fosse vero occorrerebbe dire che il ragazzo non legge solo quei brani, legge il libro nel suo complesso, e lo legge frase per frase, e certe frasi gli si imprimono nella mente con la nitidezza dei ricordi inestinguibili – e ben lo sappiamo noi stessi se rievochiamo i ricordi più marcati dei nostri giorni scolastici. Pensiamo allora, per un momento, ad un essere umano i cui ricordi fondamentali siano costituiti dagli insegnamenti raccolti in questa antologia. La quale – e lo spoglio di ben 82 testi ne fa fede – riflette in modo assolutamente esatto il tono medio dei libri di testo citati e della maggioranza di quelli non citati.
Ci sia permesso comunque, e anzitutto, di pensare che nessuno di questi autori abbia tentato di rinnovare una pratica educativa. Militano in favore di questa tesi due fatti: anzitutto, e come si vedrà, ogni testo si rifa pedissequamente agli altri e riporta dagli altri brani e frasi che paiono diventate canoniche, passaggi obbligati, intesi evidentemente come il non plus ultra della produzione pedagogica disponibile; in secondo luogo si noterà, compulsando l’indice finale dei libri citati, che ogni editore di solito pubblica più di un testo e gli stessi autori entrano a far parte di cocktails collaborativi diversi, oppure firmano da soli uno, due, tre libri. Nessuno di essi ci pare quindi aver dedicato una vita a inventare il libro di testo esemplare. Essi hanno compilato, semplicemente, per venire incontro alla richiesta di un mercato floridissimo, e hanno prodotto due o tre testi variando l’offerta a seconda della variazione della domanda. La base commerciale di queste compilazioni ci sembra anche spiegare il forsennato conservatorismo, il delirante arcaico reazionarismo, non di rado l’esplicito fascismo di queste opere. Ci ripugna credere che da parte di tutti questi autori, tra i quali abbiamo individuato anche nomi non ignoti e non ignobili, ci sia il progetto esplicito di fare della pedagogia «ultra» e di creare manuali, come di fatto avviene, per giovani sanfedisti, e sciocchi per giunta. È che probabilmente il compilatore tiene d’occhio, più che il mercato degli acquisti, che non è libero, il mercato delle adozioni e cerca di venire incontro ai desideri della media degli insegnanti e dei direttori didattici. Constatazione non allegra perché, se assolve (sul piano intellettuale se non su quello etico) i compilatori, condanna la maggioranza dei nostri educatori.
Si deve quindi ritenere che, per accontentare la maggioranza media, per non suscitare dissensi, per non urtare suscettibilità, per piacere a tutti, si cerchi di mantenere il testo al livello dell’ovvietà, del qualunquismo, della acriticità, della idiozia rispettabile. Il risultato, indipendentemente dalle intenzioni dei compilatori (sulle quali non vogliamo pronunziare altri giudizi), il risultato oggettivo, visibile, è quello presentato da questa antologia. Che ha così un solo fine e una sola aspirazione: che molti la leggano ne ridano, come se si trattasse di un libro di lepidezze inoffensive e che la mostrino agli amici e ne recitino le pagine ad alta voce la sera, invece di guardare la televisione. Ma se per caso costoro sono genitori e hanno figli che vanno a scuola, che da questo momento entrino in crisi, siano sopraffatti dall’indignazione, e comincino a controllare i testi scolastici dei loro figli, e li rileggano con loro, spingendoli a criticarli e discuterli coi compagni e con la maestra. In modo che la squallida, nequizia giorno per giorno perpetrata alle spalle dei nostri bambini, venga messa sotto processo. E forse qualcuno tra gli autori cominci a sentire vergogna, se il raggio dei suoi interessi culturali gli permetterà di arrivare sino a questo libro, o a coloro che lo avranno letto.

L’aspirazione massima sarebbe che I pampini bugiardi diventasse l’unico libro di testo adottato nelle scuole: sul quale almeno i bambini si educherebbero a riconoscere e giudicare le menzogne che si tenta di propinare loro. Ma si tratta di un voto paradossale, perché la linea pedagogica più sensata che pare oggi prevalere presso gli insegnanti responsabili (e ne fa fede anche una polemica, costituita da una nutrita serie di lettere apparsa negli ultimi mesi su «Il Giorno») è che non ci siano più libri di testo. Il problema non è di fare dei libri di testo «migliori»: il problema è di fornire a bambini e insegnanti biblioteche scolastiche talmente ricche e una tale disponibilità alla realtà (quella dei giornali, della vita di tutti i giorni) che l’acquisizione di nozioni veramente utili avvenga attraverso una libera esplorazione del mondo, la lettura dei giornali, dei libri di avventure, degli stessi fumetti (e perché no, letti, criticati insieme, e non letti di nascosto e per disperazione, visto che i libri ufficiali di lettura sono quello che sono), dei manifesti pubblicitari, dei rendiconti di vita quotidiana forniti dagli stessi allievi… Stanno già apparendo splendidi esempi di libri di testo fatti dai ragazzi stessi, che intervistano le persone, cercano di interpretare gli avvenimenti più importanti del giorno, vanno alla scoperta del mondo che li circonda, con carta, matita, macchina fotografica, registratore… Questa è la linea che è stata anche sostenuta dalla Mostra di Reggio Emilia che ha dato l’idea per questa antologia. Marisa Bonazzi, una delle curatrici della esposizione emiliana, ha allargato la propria ricerca per fornire un materiale più ampio adatto a formare la presente antologia. La mostra di Reggio Emilia opponeva ad ogni stralcio di testo incriminato, una sorta di contro-informazione tesa a ristabilire la realtà dei fatti e a evidenziare la menzogna che, mascherata da pampini, corimbi e vecchiette canute, veniva propinata al ragazzo. In questo libro si è invece ridotta al minimo la parte di contestazione del testo. Tranne qualche annotazione, qualche riassunto interpretativo quando il brano era troppo lungo, e tranne i titoli polemici, si è preferito lasciare al lettore la libertà e la responsabilità di individuare la mistificazione (peraltro così evidente) e di trarre le sue conclusioni.

Abbiamo esitato prima di incorporare all’antologia delle citazioni anche brani scritti da autori insospettabili (in questi testi ci sono anche passi da Ungaretti e Zola, come si vedrà): era chiaro che, nel contesto originale questi brani acquistavano un senso diverso e non erano certo degni né di indignazione né di ironia. Ma accade del libro scolastico quello che accadeva a Mida, che trasformava in oro tutto quel che toccava tranne che, in questo caso, il materiale a cui si allude è meno nobile. Astratti dal loro contesto originario, messi in contatto con altre pagine di ben minore dignità e di più esplicita stoltezza, anche i brani dei grandi autori appaiono qui falsificati e caricati di connotazioni deplorevoli. Per cui, citandoli, si è inteso stigmatizzare chi li ha raccolti nel suo discutibile collage, e non l’autore originario. In altri casi invece l’insistenza con cui i compilatori di tali testi ricorrono a un dato autore (è il caso tipico di Renzo Pezzani, un crepuscolare edificante di seconda mano che andava per la maggiore nelle parrocchie più sottosviluppate dell’anteguerra) servono a mettere in luce il pervicace e costante impegno reazionario che certi intellettuali hanno perseguito per anni e anni avvelenando la sensibilità estetica e le strutture etiche dell’uomo medio italiano.
In questo senso un discorso sull’ideologia dei libri di testo si dovrebbe trasformare nel processo a una porzione più ampia della cultura nazionale. Ma la nostra antologia non ha pretese così vaste. Sono usciti in questi ultimi tempi vari studi sull’ideologia dei libri di testo, delle elementari come delle medie, e molti studi in proposito sono in via di svolgimento in varie università. Tra i vari contributi citeremo il numero 22-23 di «Rendiconti», che avrebbe potuto essere completamente integrato come prefazione alla presente raccolta.

Umberto Eco

 

Mnemotecniche e rebus (2013)

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Lettera aperta a Diego Piacentini

DiegoPiacentini 3-kmHB-U107070736279GKD-1024x576@LaStampa.it

Caro Diego,

L’emozione di vederti all’improvviso Commissario del Governo per il digitale e l’innovazione mi scatena un flash-back di ricordi: non solo quelli del recente viaggio a Seattle quando Amazon  stava  finendo di costruire,  nella zona del porto, ben 4 palazzine per ospitare le centinaia di ingegneri informatici neo assunti per lavorare al suo algoritmo; o della piadina romagnola che mi hai offerto nel locale del tuo amico cesenate. Ma quelli più antichi, del lontano  1997, quando ti invitai a Rimini per un confronto a muso duro con Umberto Paolucci, vice presidente Micrososft davanti a una platea di 5.000 persone.

Lui riminese, tu milanese – la tavola rotonda organizzata nell’ambito del 17mo Meeting aveva un titolo francamente  banalotto  ( La sfida europea dell’informatica: per una realtà futura non solo virtuale ), ma non si poteva essere troppo espliciti sulla  verità del  confronto-scontro fra le due galassie nemiche Microsoft e Apple (tu eri invitato  in qualità di Vice President Sales e General Manager di Apple Computer Europe, negli  anni di crisi dura per il mondo Mac; Paolucci come  Vice Presidente di Microsoft Corporation e Senior Chairman di Microsoft Europa Medio Oriente e Africa ).

Tu eri  davvero giovane, teso come una corda di violino,  si prendeva la scossa solo a starti vicino. Ti tiravi dietro quel buffo  portatile  supercorazzato  e quasi a manovella che assomigliava a una tartaruga Ninja,  progettato da Steve Jobs per una diffusione planetaria (!) che avrebbe dovuto partire  dall’Africa, per alfabetizzare ( al digitale ) i milioni di bambini del terzo e quarto mondo. Sarebbe dovuto costare cento dollari, quando i computer costavano ancora milioni!

Ripeto a scanso di equivoci: era il 1997, diciannove anni fa, tre anni prima del tuo approdo in Amazon.

Dal match con Paolucci tu uscisti piuttosto malconcio; e ti sfogasti durante tutta la cena al Borghetto.  Umberto – con cui sono ugualmente diventato amico – aveva declinato l’invito, non aveva  mica tempo da perdere, lui ! Manager navigato, abilissimo, politicamente prudente, col culto del business, ti aveva trattato un po’  da ragazzino presuntuoso. Fatto sta che il futuro digitale dell’Europa, a dispetto del titolo dell’incontro,  sarebbe rimasto solo “virtuale” ancora per molti anni (come pragmaticamente aveva sostenuto Paolucci).

Ma anche lui aveva qualche segreta ambizione da manager “pubblico”  e lo si sarebbe  visto nel giugno 2006 quando fu chiamato da Rutelli, come presidente ENIT, a riparare i danni di un disastroso “Portale Italia” costato “miliardi”  (e del ridicolo logo per il turismo subito battezzato “cetriolone” ).   La  sua prestazione fu però ,  oggettivamente ,  più che deludente … : le sabbie mobili ministeriali inghiottirologo-cetrioloneno e digerirono anche l’abile numero due di Bill Gates.

 

Ma col tempo e con la paglia, si sa, maturano anche le nespole!

Almeno per l’Italia c’è voluta tutta la stupidità delle sue corporazioni (a partire da quella editoriale) e la miope avidità della sua classe politica per riuscire a far perdere al Paese ben diciannove anni, prima che potesse maturare – speriamo – la  nespola dell’innovazione con la paglia di Matteo Renzi.

Ignoro se sia  stato lui personalmente o il suo amico e consulente Paolo  Barberis a contattarti per gettare le basi della trattativa che ti ha portato ad accettare la scommessa che sembrava persa nella rassegnazione generale.

Ha mille volte ragione Luca De Biase nel suo bel Crossroads su Nova (Il Sole 24 ore) a sostenere argutamente che “la tappa romana di Piacentini rischia di essere interessante. Potrebbe non essere l’ennesima replica della commedia all’italiana”.

La tua nomina apre in effetti scenari affascinanti, inediti e persino comici: gli editori e i produttori di beni industriali che ti avevano bollato come “il nemico” per eccellenza nella tua veste Amazon, per la “concorrenza sleale” (sic!) al commercio tradizionale di libri e di merci, da domani dovranno passare, chini  e schiumanti rabbia, sotto le tue  forche caudine politico-culturali  sventolanti il tricolore; o starsene  nascosti  “all’ombra dei muri di gomma” come argutamente annota De Biase. E se questo non fa il paio con la inattesa decisione di Google di puntare sul polo di sviluppo tecnologico per le Apps nella sgangherata Napoli delle puzze e dei  rifiuti, dimmi tu se non c’è materia per farsi due risate!

Sì, è cambiato il vento.

Di qui al 17 agosto, quando ti insedierai a Palazzo Chigi, prima ancora dell’uscita del decreto governativo che espliciterà i tuoi compiti, vedremo tutto il caravanserraglio dei peggiori vizi italiani, dall’adulazione servile al cinismo più scafato, dal gattopardismo al sabotaggio fino all’abile uso dei veleni mediatici. Vedremo le prime mosse degli imbalsamatori dell’innovazione, a partire dal già annunciato tema del conflitto di interesse (personalmente risponderei con una risata, ma non ho nulla da insegnarti; ad  Amazon ciò che è di Amazon e all’Italia ciò che è dell’Italia).

Per ora, caro Diego, sono semplicemente felice (come solo un bambino di 75 anni può esserlo ) della  tua mail in cui rispondi alle mie preoccupazioni con due semplici parole: “sono ottimista”.

La perversa capacità spappolatoria e insabbiatrice della burocrazia italiana dovrà dunque confrontarsi non tanto con il tuo “non aver nulla da perdere” o con la incredibile  formula del tuo “servizio volontario” che ha fatto sollevare più di un sopracciglio; e neppure dovrà fare i conti soltanto  con la tua nota abilità di manager coi canini appuntiti (che “non frequenta un convegno alla settimana”!) .

Dovrà piuttosto tentare di “capire” la  rivoluzionaria semplicità del tuo ottimismo lungimirante (che sa guardare lontano). E non ci riuscirà: agli insipienti la loro mancanza di senno[1] .

Tuo
Mario Guaraldi

 

 

[1] “Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe” . Così’ Gesù di Nazareth, alla faccia del pensiero laico!.

 

Duro a dirsi : bisognerebbe buttare il bambino con l’acqua sporca

Motta, presidente dell’Associazione Italiana Editori, si dimette dal consiglio di amministrazione dell’ente che organizza la kermesse di Torino. Tra i nodi, i nuovi soci

Motta

Federico Motta, presidente AIE,  con la sua faccia da panettone ben lievitato,  ha finalmente avuto conferma di quanto pesi la sua decotta Associazione in ambito Salone dei Poteri Forti del Libro di Torino: zero. Le sue “nobili” dimissioni, il classico coraggio di chi chiude la stalla quando i lupi  hanno ormai già divorato le mucche dalle mammelle svuotate , hanno provocato la felliniana pernacchia della Presidente della Fondazione per il Libro Giovanna Milella (Milella chi?) e della sfinge Ernesto Ferrero (basta guardarlo) Direttore del Salone del Libro : “l’operatività del Salone va avanti a pieno regime, anche perché l’interlocuzione con gli editori è diretta”! Alla faccia del ruolo di mediazione della ormai decotta e quasi cieca Associazione degli Editori, incapace sia di avere un ruolo “propositivo” dentro la Fondazione torinese, sia di fare  guerra al Salone proponendo la tanto agognata centralità milanese…

Cosa aggiungere a questa piccola cronaca di ordinaria incapacità della nostra editoria ? Ah si, che Amazon, ”il nemico”,  ha deciso di diventare editore col nome di Amazon Publishing (vedi intervista della sanremese  sexy-doll Alessandra Tavella, nuovo “acquisition Editor  del nuovo editore Amazon!). Di più : ha deciso di aprire 400 librerie fisiche. Ragazzi, se non siete capaci di fare il vostro mestiere, andate a casa! Vedi rumors.

Che fare (domandava Lenin)? Semplice: buttare il bambino con l’acqua sporca…

Que viva Amazon!

 

Mario Guaraldi

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