Month: settembre 2014

Ridiamo grida&urla al furibondo San Francesco

Potere mediatico della fama. Papa Francesco, grazie alla legge dei tubi catodici comunicanti, ha acceso l’interesse planetario nei confronti di Francesco d’Assisi. A lui si ispira il nuovo Pontefice, inteso a far dimorare la Curia nella culla di Madama Povertà. “Per tutti, credenti e agnostici, persone colte e gente semplice, Francesco d’Assisi costituisce una sorta di icona”, ha scritto Gianfranco Ravasi nella recente puntata di “Religione e società” sulla pagina Domenicale del Sole 24 Ore. Citando, come suo solito, una mole di testi, saggistici, sì, ma anche letterari (la traduzione, per merito di Crocetti, del Francesco di Nikos Kazantzakis e Il romanzo di s. Francesco redatto dall’ex cannibale – oggi, forse, chierichetto con la mascella smussata – Aldo Nove). Manca, però, il succo più profumato di Francesco, le sue regole. La storia delle regole di questo irregolare è interessante. I “fraticelli” furono confermati da Papa Innocenzo X nel 1210, oralmente. Seguivano la via di alcuni versetti evangelici, che ancora non si traducevano in norma. Tra questi il vigoroso versetto 24 del capitolo 16 del Vangelo di Matteo: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Di fronte a tale imperativo, ogni regola è vento. Ma poiché i seguaci di Francesco aumentano, e ogni esistenza ha bisogno di cerchiarsi in una formula, nel 1221 San Francesco decide di comporre la prima Regula. Francesco predica l’assenza di ogni possedimento, l’orrore del denaro (“Assolutamente i frati devono allontanarsi dal denaro”), l’inutilità di dimorare in un luogo, in un convento. Una vita oltremodo dura per i frati. Nel 1223, su invito di frate Elia, con la promessa che non “la faccia troppo aspra”, Francesco torna dentro la Regula e la ricompila, in forma neutra: questa è la vita che viene autenticata da Onorio III. Già dal 1221 Francesco aveva abbandonato la guida dell’Ordine, attratto da una vita più intima con Dio. La Regula primitiva, di corrusca e coerente potenza (“Amici sono quelli che gratuitamente e a torto infieriscono su di noi, donandoci dolore e ingiuria, tormento e sputo, martirio e morte”), è oggetto di una nuova traduzione compilata da Guaraldi nel 2013. Il progetto s’inserisce nella collana “Le regole della felicità”: ricalcando le grandi regole della tradizione cristiana (da quella di Pacomio e di Benedetto, a quella di Agostino) si distillano parole necessarie a vivere coerentemente oggi. Il tentativo di vitalizzare le regole attraverso una nuova traduzione (a volte poeticamente estrema) si basa su un dato editorialmente oggettivo: i “classici”, latini, greci, certo, ma anche la miniera di testi dei Padri della Chiesa, non esce, in sostanze, dalle maglie di traduzioni universitarie. Corrette, ma illeggibili. Così, i testi capitali della nostra tradizione persistono intoccati, se non come strumenti di studio. Esiste invece una sapienza sotterranea e viva, quella, ad esempio, delle traduzioni di Eschilo per mano di Pier Paolo Pasolini, dell’Odissea per merito di Emilio Villa e di San Paolo per furia verbale di Giovanni Testori, che contribuisce all’eternità, oggi, ora, qui, di quei capolavori. Abbiamo la presunzione di aver fatto rivivere San Francesco. Non come santino, ma in urla e irregolarità. Giotto_-_Legend_of_St_Francis_-_-05-_-_Renunciation_of_Wordly_Goods

Sbattiamo gli scrittori in carcere. Almeno imparano a scrivere capolavori

Secondo Marcello Baraghini, rivoluzionario dell’editoria italica, l’inventore di Stampa Alternativa e dei fatidici libri “Millelire” che rischiarono di rompere le reni a Segrate (Mondadori) e al bel mondo del Premio Strega, “la grande letteratura, ormai, si può fare soltanto in carcere, se hai l’ergastolo”. Perciò ha da poco pubblicato, in digitale, il romanzo dell’ergastolano Mario Trudu, Totu sa beridadi, cioè “Tutta la verità”. Baraghini esagera sempre, esaspera tutto. Non basta uccidere la moglie, ridurla a tranci e metterla in ghiacciaia per fare un grande scrittore. Però coglie nel segno, almeno tramite metafora. La scrittura è carcere a vita, ossessione permanente, clausura e claustrofobia. In carcere dovrebbero rinchiudere i cattivi scrittori. A rimpolpare l’intuito. Ma se vogliamo stare al gioco: tra i romanzieri “dal carcere” più importanti d’Italia c’è senza dubbio Enzo Fontana. Che arrivò perfino in Mondadori, con Tra la perduta gente, libro importante e anomalo, il cui protagonista è Dante. Pubblicato nel 1996, riscosse successo. Ora è nel dimenticatoio. Per impratichirvi con un autore fuori dal coro, fuori dai giri buoni, bravissimo, leggete Mia linea mio fuoco (Guaraldi, 1996). In cui Fontana l’autore svela i libri che gli hanno salvato la vita, che lo hanno scarcerato dalle storture del carcere.

De Sade ne fa 200. Ovvero: il sesso è ancora un tabù

Il Marchese De Sade compie 200 anni. Il lieto evento accadrà il 2 dicembre prossimo, auguri. Con competente autorevolezza le fonti (in questo caso, Rai News) ci avvisano che da oggi, al Museo delle Lettere e dei Manoscritti di Parigi, sarà esposto il manoscritto originale delle 120 giornate di Sodoma. Una sorta di lungo rotolo di carta igienica, lordata dalle perversioni del “Divin Marchese”, che ha compilato il suo romanzo più celebre e terribile tra le sbarre della Bastiglia. Era accusato di sodomia e di avvelenamento. Quelli di Rai News, con devoto pudore, ci avvisano che “da De Sade hanno avuto origine i termini ‘sadismo’ e ‘sadico’, per gli argomenti trattati nei suoi romanzi”, ma chi vogliosamente sfogliasse i suoi romanzi ne rimarrebbe deluso. Le mefistofeliche scene di ingroppamenti e violenze carnali, infatti, sono lo spunto per vigorose catabasi filosofiche. In cui De Sade, un po’ come Nietsche, spezza la schiena ai filosofi con il tutù: ciò che conta, in questa vita vana, è l’individuo sovrano, la volontà di potenza, la potenza sessuale. Al di là del corpo – ribadito con furibonda furia – è niente: l’uomo è carnale e malvagio, percorrere la via dell’eros significa sprofondare nel nulla, nel dissolvimento. Scrittore corroborante, molto citato e molto poco letto, ci insegna che gli scrittori sono tali purché s’impegnino in imprese colossali, votate al fallimento. Per primo, soprattutto, ci insegna che il sesso (e il suo analogo, Dio) è il tema dominante della letteratura. Ma in era di YouPorn (in cui il corpo è rapido sfogo e non materia intellettuale, maceria di pensiero) i nostri scrittori si svelano pudichi, come chi cancella le vergogne del Giudizio Universale con le foglie di fico. Non così un autore torbido e inquieto – perciò dimenticato – come Giorgio Saviane, che ne Il papa, ad esempio, mostra come il corpo sia il cardine di qualsiasi riflessione sul cristianesimo. I romanzi ombrosi e mirabili di Saviane, un tempo in catalogo Rizzoli, Rusconi e Mondadori, risorgeranno presso l’editore Guaraldi in novembre. Tornando a Sade. Uno dei testi più importanti intorno alla sua opera lo ha scritto Georges Bataille ne La letteratura e il male. Tra i più dirompenti, solitari e feroci autori francesi del Novecento, Bataille intride la sua opera di eros e di riflessione filosofica. Due dei suoi testi più importanti, Critica dell’occhio e L’impossibile, che portano alle estreme conseguenze moderne le tesi del fatal Marchese, sono approdati in Italia, per la prima volta, quarant’anni fa nel catalogo Guaraldi, in edizioni di lusso.

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